Governare non conviene? Non paga più elettoralmente?

Un’idea grossolana di aggira per l’Italia (e rende difficile anche fare i governi), e naturalmente subito contamina la Valle d’Aosta che non brilla certo di pensiero Autonomo: “Governare fa perdere consensi! Meglio stare all’opposizione”.

Dopo gli anni dominati dalla sintesi arguta di Giulio Andreotti: “Il potere logora chi non ce l’ha” siamo piombati nel più popolare “governo ladro” e quindi da cambiare sempre.

Così tutti si candidano per fare un’opposizione dura a qualcun altro. Ma quando il qualcun altro non c’è più, quando non c’è più il governo “brutto e cattivo”, non si sa che pesci pigliare.

Succede a Roma e ad Aosta, dove pessime leggi elettorali, che non definiscono attraverso il voto nessuna compagine di governo, non danno nessuna indicazione. E quindi le forze che si sono candidate per fare l’opposizione si trovano catapultate a governare, magari proprio con chi durante la campagna elettorale era l’avversario.

Così la tentazione di defilarsi dalla responsabilità di governo, di giocare alla campagna elettorale permanente è sempre dietro l’angolo (ci salva il fatto che gli eletti, come in Valle D’Aosta, sanno bene che o fanno un governo o non saranno più rieletti: meglio quindi trovare un accordo, se no tutti a casa!)

E pure i fatti dicono il contrario. La Merkel a livello internazionale è stata riconfermata più volte (con un sistema elettorale non maggioritario); i Presidenti Americani sono “normalmente” rieletti a un secondo mandato, e i Presidenti delle Regioni italiane o dei Comuni sono spesso riconfermati, tanto che si è introdotto il limite dei mandati.

Quindi? Perché governare oggi sarebbe un problema?

Son tempi di crisi economica (ma questo accadeva anche nel primo dopoguerra o negli anni settanta…) e certo diventa difficile rispondere con meno risorse alle richieste dei cittadini.

C’è la crisi “esistenziale” dell’Occidente marginalizzato dalla globalizzazione.

Ma la verità è un’altra: chi è capace e governa bene acquisisce un consenso permanente; chi sa solo parlare ma non sa fare quando governa si brucia.

Ecco governare è molto più difficile che stare all’opposizione: quindi è più impegnativo, più complesso; ma si fa politica per governare bene una comunità e non per limitarsi a raccontare ciò che non funziona (questo compito pure importantissimo in una democrazia è affidato a chi ha meno consenso).

Bisogna dunque ritrovare il fine vero dell’agire politico che è migliorare la realtà con leggi capaci di interpretare la società contemporanea e attraverso una prassi efficace di governo.

Annunci

Il populismo chez nous, con adattamento al particolarismo valdostano

«Il populismo?

Si vince tornando vicino agli ultimi»

(J. Habermas)

In Valle D’Aosta invece tende a prevalere la difesa di categorie o gruppi di interesse che sono “forti” o perlomeno organizzati nella ricerca a 360 gradi di rappresentanza, come in parte emerge dalla trasversalità socio-economica del voto (confermata dal nomadismo degli eletti e su cui nessuno sembra interessato a riflettere in un’analisi non meramente numerica del voto).

La tentazione populista inoltre ha contaminato anche le stesse forze che lo dovrebbero arginare (facendone sbiadite fotocopie): e nei contenuti, nei linguaggi, negli slogan appare con evidenza il minestrone che ha premiato i populisti.

Costruire una visione di governo, una linea politica, dare delle priorità a un programma è impossibile senza una coscienza di chi si è (nel senso di chi si rappresenta) e di dove si vuole andare come società tutta.

La grande parte di popolazione valdostana che non ha votato e si sente lontana dal sistema “ufficiale” può e deve trovare nuovi spazi di confronto e di partecipazione democratica, non omologate e che non riproducano l’esistente che si vuol cambiare.

Gravissimo incidente ferroviario sull’Aosta-Torino

Esprimo la vicinanza alla famiglie delle vittime e dei feriti a seguito del gravissimo incidente ferroviario a Caluso sull’Aosta-Torino.

Sono 10 anni che denunciamo senza sosta i limiti strutturali della linea, in particolare anche la questione dei passaggi a livello ormai anacronistici.

La totale indifferenza delle Istituzioni nazionali, i rimpalli di responsabilità tra RFI e Regioni e Comuni interessati, produce oltre alla nota e dannosa inefficienza del servizio anche i presupposti per il disastro.

Non si può continuare su questa “linea”.

Lo spettro dell’ingovernabilità (2a puntata)

Ciò che avevo scritto il 20 marzo 2018 si è verificato con l’aggravante di un pesante astensionismo che rende ancor più fragile il peso specifico di ciascuna forza politica o l’entusiasmo di chi si contenta di entrare in Consiglio regionale (senza alcuna idea di come costruire un governo: sullo schema nazionale).

Non cambia dunque l’esigenza di promuovere riforme profonde del sistema di governo ed economico-sociale della nostra Regione, e anche di quello amministrativo sulla scorta degli esempi di Regioni di milioni di abitanti, come Lombardia, Emilia Romagna, Veneto che sostengono e partecipano dello sviluppo economico, con positive ricadute sociali, e non conoscono lo spettro dell’ingovernabilità!

Lo spettro dell’ingovernabilità e i Gattopardi (20 marzo 2018)

La crisi economica, più lunga e strisciante che il mondo occidentale abbia conosciuto, dal 2008 ad oggi non ha avuto solo conseguenze economiche, come la chiusura di tante imprese e attività che solo parzialmente e con diversa occupazione si sono riattivate o sono state sostituite da nuove imprese, o come il ridimensionamento del ceto medio, anche quello con occupazione pubblica a tempo indeterminato, ed anche la crescita della povertà e un divario sociale forte con riduzione della mobilità sociale; ma si è portata appresso, come avviene nelle fratture storiche significative, una profonda crisi di valori, che assume una dimensione anche di crisi esistenziale delle società dell’occidente. Una tristezza e un’infelicita di fondo a cui la società dei consumi non riesce a dare risposte: i cellulari e le vacanze planetarie non valgono la 500 e il frigorifero Indesit.

L’isolamento “felice” della Valle d’Aosta ne è stato travolto, soprattutto perché dal 2010 sono intervenuti pesanti tagli al Bilancio regionale da parte dei governi nazionali, negli sforzi più o meno ragionevoli di risanare le finanze statali. E quindi un sistema a circolo chiuso che garantiva la piena occupazione, in larga parte pubblica o su commesse, consulenze e appalti pubblici, si è incartato e fatica a ripartire in modo autodeterminato dallo sviluppo territoriale.

Parallelamente un sistema consolidato di governo che ruotava intorno all’UV è entrato in crisi e nella legislatura 2013-2018 è intervenuta una forte incertezza e un ricambio dei governi, non sostenuti da una adeguata progettualità politica che desse ampio respiro all’azione amministrativa. Ha prevalso inevitabilmente molta gestione delle scarse risorse e poco spirito riformatore del sistema.

Il rischio di ingovernabilità non è quindi più un’ipotesi teorica ma una realtà che ha pesato sulle spalle dei cittadini per 5 anni.

Le Giunte e le maggioranze regionali, salvo brevi periodi, non hanno avuto la forza di una politica di riforme proprio nel momento in cui la società ne aveva maggior bisogno sia sul fronte dello sviluppo economico sostenibile, sia sul fronte del welfare.

Questa drammatica situazione ha prodotto una dura sanzione alle elezioni politiche che hanno premiato soprattutto le forze antagoniste come il M5S e la Lega, mentre le forze politiche di governo e di alternativa di governo divise sono state fortemente ridimensionate.

Ora che fare?

Nonostante la legge elettorale premi le coalizioni o le singole liste che raggiungono il 42% dei voti, nessuno pare in grado di compiere o tentare lo sforzo aggregativo. Pare che non si abbia il coraggio del confronto ampio con i cittadini ma si cerchi la corsa al voto ad personam più che al progetto.

Mettendosi a ruota delle forze populiste, sembra prevalere l’istinto di autoconservazione, della propria nicchia in Consiglio regionale. Le maggioranze verrano composte dopo il voto, compiendo il capolavoro di smentirsi tutti rispetto ai programmi e ai propositi elettorali e preannunciando la somma delusione dell’elettorato che sarà tentato dal votare chi, almeno a parole, darà l’idea di stare da solo anche dopo il voto su tematiche vincenti anche sul piano nazionale e veicolate dai social network.

Anche nel campo della sinistra il caos nazionale sembra generare prospettive minimaliste dopo il grande dinamismo degli ultimi 10 anni.

Nella terra dei leoni (oggi invasa dai lupi) l’animale prevalente pare diventato il gattopardo che continua a parlare di cambiamento e scompiglia il mazzo di carte perché la partita dopo il voto sia sempre la stessa e nulla cambi.

Il paradosso è che i valdostani sono diventati italianissimi, hanno gettato alle ortiche il ballottaggio alla francese (che ora avrebbe spinto tutti ad aggregarsi prima e non dopo il voto) e stanno per generare la copia dell’ingovernabilità nazionale (il trucco di fare il governo dopo il voto premia le posizioni più populiste!). La Valle d’Aosta anziché Macron si troverà davanti al dilemma dei gattopardi Tizio o Caio purché nulla cambi!

Elezioni regionali 20 maggio 2018: io voto.

Tante liste, e ve ne sono di valide; tanti candidati, alcuni preparati e molto per bene: e quindi io voto!

Nel rispetto della lotta di liberazione, che pose fise alla dittatura fascista e ci portò il 10 marzo 1946 al primo voto libero della storia Repubblicana e il 24 aprile 1949 al primo voto libero per l’elezione del Consiglio regionale, sento come un dovere l’esercizio del diritto del voto, perché una democrazia vive di partecipazione attiva.

È una bella domenica di democrazia!

La meraviglia della vita non finirà mai di sorprendermi, di lasciarmi a bocca aperta.

Anche se oggi le scienze contemporanee ci spiegano i processi biologici complessi della vita, degli organismi, del loro rigenerarsi, osservare direttamente una nascita di un germoglio, di un fiore o di un essere animale non è riducibile a una formula chimica.

Vedere un pulcino che fa il foro nell’uovo per aprire un varco nel guscio e venire nel mondo è un’emozione straordinaria.

Ri-pensare e ri-costruire l’unità del centrosinistra partendo dal confronto coi cittadini sui contenuti

La confusione regna sovrana nel Pd e nel centrosinistra tutto: il fallimento dell’unità del centrosinistra non trova interpreti che ri-pensino temi e contenuti; senza una posizione unitaria, da costruire con il confronto con i cittadini sui territori e nei posti di lavoro non solo in Parlamento, la battaglia parlamentare sia di chi mangerà pop-corn davanti alla tv sia di chi vorrà alzare la voce sarà sterile.

E temo che M5S-Lega sia tutt’altro che incapaci; ma temo le loro scelte che scaricheranno sulle future generazioni e sui governi che verranno i costi dell’abbuffata del meno tasse e più sussidi per tutti, condito di slogan antieuropei, sovranisti e con derive xenofobe.