Grazie per l’impegno e la per la passione: esiste una buona politica

Care amiche e cari amici, iscritti, simpatizzanti ed elettori,

ci tenevo a ringraziarvi tutti prima di domani, domenica 19 novembre, in cui si voterà per l’elezione del Segretario del Partito democratico, per l’impegno e la passione con cui avete sostenuto Luca Tonino e me e ci state sostenendo anche in queste ultime ore.

E vi ringrazio per avermi spinto a una riflessione profonda e attenta sulla condizione economia della Valle D’Aosta e sulla strada da seguire per costruire uno sviluppo sostenibile, che si saldi a una riduzione delle diseguaglianze e alla lotta alla povertà. Innovazione, sburocratizzazione, istruzione, formazione, università e cultura ci daranno la forza di riuscire. E ci renderanno più autonomi e più liberi.

Vi ringrazio sentitamente perché in questi mesi abbiamo scelto di confrontarci sui contenuti e non siamo caduti nella animata lotta “personalistica” che sta contaminando anche pezzi del PD. Abbiamo scelto di non usare slogan malpancisti e carichi di rabbia; ma di usare la lingua della ragione e della riflessione che non si arrende alla realtà ma si batte con forza per cambiarla.

Abbiamo scelto di unire le forze nel PD e nella società valdostana per fare squadra e superare la crisi e vincere insieme la sfida del futuro. Esiste una buona politica.

Vi ringrazio tutti perché abbiamo scelto di non piegarci al disfattismo ma di raccontare come si correggono gli errori del passato e da quali elementi positivi ripartiamo per costruire il futuro.

È stata, nonostante tutti gli attacchi personali per evitare il confronto sui temi, una delle più belle esperienze politiche della mia vita, perché mi avete aiutato a crescere in senso di responsabilità e attenzione agli altri, e soprattutto perché, grazie a voi, abbiamo dimostrato che quando la nave della Regione è in balìa della tempesta, senza timonieri, non si scappa su una scialuppa, ma ci si impegna per salvare tutti i passeggeri.

Di questo dovremo sempre andare orgogliosi al di là dei risultati. Siete stati donne e uomini coraggiosi e io sono fiero di voi tutti!

E questa esperienza non sarà mai cancellata.

Abbiamo sempre avuto la Valle d’Aosta nel cuore!

Grazie!

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Aperitivo all’Osteria La Cave #insiemepossiamo primarie aperte del PD

Raimondo Donzel e Luca Tonino per ringraziare gli iscritti, gli amici e i simpatizzanti che li hanno sostenuti, e ancora in queste ore sono attivissimi, nel lungo cammino di presentazione del Programma per l’elezione del Segretario regionale del Partito democratico della Valle d’Aosta con primarie aperte della prossima domenica 19 novembre 2017

INVITANO

a un aperitivo presso l’Osteria La Cave di via J-B de Tillier, 3 di Aosta.

Fino all’ultimo lavoriamo per costruire con i valdostani una visione – un progetto che rilanci uno sviluppo sostenibile #green, per ridurre povertà e diseguaglianze, sostenendo l’imprenditoria privata, artigianale e commerciale che crea nuovo lavoro, e garantendo a tutti una vita dignitosa attraverso un welfare rinnovato e inclusivo.

Per quelli che ancora non conoscono il Programma, possono trovarlo sul blog insiemearaimondo.wordpress.com nell’articolo Quale futuro?

Oppure richiedere tramite WhatsApp o Facebook la versione integrale con le note.

Quale futuro? #InsiemePossiamo un progetto – un sogno per una Valle D’Aosta più autonoma e democratica e libera

Quale futuro?

#AVANTItutta, #InsiemePossiamo

un progetto – un sogno

per una Valle d’Aosta

più autonoma e democratica e libera

Raimondo Davide Donzel

Tipografia il Timbro

Linee Programmatiche per la presentazione della Candidatura a Segretario regionale del Partito democratico – Parti démocrate della Valle D’Aosta

di Raimondo Davide Donzel

Nato ad Aosta il 19  novembre 1963. Coniugato. Padre di 4 figli. Laureato in Materie Letterarie. Consigliere regionale dal giugno 2008 al febbraio 2017. Assessore alle attività produttive, energia e politiche del lavoro dal luglio 2015 al febbraio 2017. Insegnante di Filosofia e Storia.

AVANTItutta, InsiemePossiamo: la visione

“Quando diciamo “avanti” non è un’esortazione ma un progetto. Politico, con la P maiuscola. E questa è una differenza che dovremo mostrare sempre di più, dico tra me e me. Perché non l’abbiamo chiarita bene questa siderale distanza con chi, dalla mattina quando si alza alla sera quando va a dormire, dice solo no. Dice che non va bene. Dice che siamo schiavi delle lobby. Dice che siamo pericolosi. Ma non dice una parola su dove vuole portare l’Italia.”

Matteo Renzi

Quale futuro? Interrogarsi sul domani non è una questione riservata a profeti e chiromanti. Ognuno di noi progetta e agisce in funzione delle possibili re-azioni e conseguenze dei propri atti, anche nelle piccole attività quotidiane. E questo, per me, vale ancor di più per la politica. L’agire politico infatti l’ho sempre interpretato come la costruzione del futuro e non la mera gestione del presente, o l’esercizio del potere tout court. Quello che si fa è in funzione di un domani migliore. Migliore per tutti, avendo cura che a tutti siano date le stesse opportunità per vivere, studiare, lavorare, godere del tempo libero, curarsi, accedere ai servizi, invecchiare dignitosamente; così io intendo la definizione dell’essere di sinistra: un percorso di crescita di sviluppo dell’intera comunità, senza lasciare indietro nessuno, con attenzione all’equità che non significa solo più diritti ma anche più doveri, ossia una comune assunzione di responsabilità e compiti.

La domanda su quale futuro desideriamo è, come lo sono spesso le domande, molto importante e rivelatrice di un progetto che non guarda solo all’oggi o a una scadenza elettorale: il pensiero stesso è figlio dell’interrogarsi, del non subire passivamente la realtà, del bisogno di comprenderla, e poi di cambiarla a nostro vantaggio e delle generazioni che verranno. Come nella celebre opera di Gauguin, dipinta nell’isola di Tahiti nel 1897/98, D’où venons-nous? Que sommes-nous? Où allons-nous?, la crisi esistenziale del pittore apre un interrogativo che guarda al lungo percorso temporale dell’umanità e al suo avvenire.

Così la crisi economica e sociale e politica della Valle d’Aosta porta con sé una domanda di futuro, che chiama in causa il nostro passato e il nostro presente, ma con lo sguardo proiettato in avanti.

Non si può affrontare una crisi senza capirne le ragioni e senza darsi degli obiettivi futuri da raggiungere. Chiedersi da dove veniamo, perché siamo così, oggi, è utile se non ci si ferma alle recriminazioni, a vedere solo quello che non funziona, se la critica puntuale, che va fatta, non si risolve solo all’attribuzione di responsabilità personali, senza cogliere i fenomeni sociali che hanno costruito una società, e non tiene anche conto dei tanti passi in avanti e del progresso che ha trasformato la nostra Regione nel secondo dopoguerra.

L’Amministrazione del giorno per giorno è fragile e non funziona, neppure quando vi è un fenomeno di trascinamento dello sviluppo, figuriamoci, quando i grandi sistemi economici occidentali e nazionali sono alle prese con fenomeni recessivi e/o di profonda riorganizzazione produttiva e socioeconomica che provocano fenomeni di crescita differenziata tra gli Stati, le regioni, i distretti, le città. E proprio quando piccole scintille di ripresa illuminano la notte buia della stagnazione o della faticosa inversione di tendenza è importante alimentarle perché tornino a brillare, come un sole che sorge all’orizzonte.

Cos’è dunque #AVANTItutta #InsiemePossiamo per una Valle d’Aosta autonoma e democratica? Una visione. Sì, non sto farneticando. La politica, prima di essere programmi, slogan, oratoria, organizzazione, è soprattutto visione. La politica è attività visionaria. Il pensiero politico si nutre della capacità di “vedere” le cose in modo diverso da come le vedevamo prima. E, soprattutto, intuire la strada e dotarsi degli strumenti per dare concretezza ai sogni.

Io stesso non leggo il presente e il passato con gli stessi occhi con cui li vedevo prima della caduta del muro di Berlino. Quella breccia nel muro ha squarciato la tela che dipingeva, come la carta geografica che era appesa nella mia classe, il mondo diviso in due colori: verde nell’Europa occidentale e a occidente, rosso nell’Europa orientale e a oriente. Quando si rompe un paradigma interpretativo, collassano i postulati, i teoremi, le idee che lo rendevano possibile. Infatti, le nuove generazioni nate in quegli anni, spesso non comprendono il modo di ragionare di quell’altro mondo, le parole di quegli uomini che hanno vissuto prima della fine dell’Unione Sovietica. Occorre ricostruire e reinterpretare il passato per dare un senso alle parole di quel mondo che non è più. Proprio come quando parliamo della rivoluzione americana o di quella francese e prima ancora della scoperta dell’America o della caduta dell’Impero romano d’Occidente. Ma, se cambia un paradigma, non significa che vengano meno alcuni valori di fondo. Valori nuovi nel nuovo mondo, ma non meno importanti. Resta, infatti, per le democrazie occidentali il tema dello sviluppo che metta al centro il rispetto dell’uomo e dell’ambiente in sinergia fra loro. Il potere di trasformare la realtà ambientale non solo non deve sfuggire al controllo, provocando disastri irreparabili, ma anzi deve tendere a ripristinare condizioni ambientali che più di 200 anni di sviluppo selvaggio e poco consapevole hanno fortemente compromesso.

Lo sviluppo futuro non può che essere una green economy o non sarà sviluppo ma distruzione dell’uomo assieme all’ambiente in cui vive.

Un metodo

“Ritrovarsi insieme è un inizio, restare insieme è un progresso, ma riuscire a lavorare insieme è un successo.”

Henry Ford

Se lo stile e la scrittura sono frutto di una riflessione individuale, il contenuto è frutto di una grande elaborazione collettiva. E anche alcuni spunti personali sono figli di un dialogo con le idee del passato e quelle di tanti amici che hanno avuto la pazienza di ascoltarmi e di correggermi, criticarmi, consigliarmi, insegnarmi tante e tante cose.

Non sono nato “imparato”. E ho avuto maestri eccezionali che mi hanno dato gli strumenti per studiare, per imparare a imparare. Non sono un autodidatta.

Da ragazzino ho sempre prediletto gli sport di squadra. Credo che sia stato giocando in squadra che mi sono formato una cultura del lavoro collettivo. La responsabilità che assumi indossando una maglia insieme ai tuoi compagni di gioco. Un’emozione fortissima: non giochi per te stesso ma per tutti. Le qualità del singolo sono indispensabili ma i risultati vengono solo da un buon amalgama delle qualità di ognuno. Questo vale anche per il vivere sociale. Quindi, le riflessioni che seguono sono sintesi di un lavoro e confronto collettivo di molti anni nel partito e fuori dal partito, nella società, nei convegni e nelle strade, nelle aule e nei mercati, nei dibattiti e nelle piazze, ai microfoni delle radio e nei luoghi di lavoro. Non sono, e non devono però essere un punto di arrivo, ma il punto di partenza. Un Congresso è una cosa viva; un dialogo potenziato. Le pagine delle linee programmatiche sono spunto di dibattito, non la sua conclusione, non un “vangelo” o un “libretto rosso”, ma l’ ”Ouverture” di un grande confronto, interno e esterno al partito. Ci sono approfondimenti, con modalità di esempio, e ci sono lacune da colmare. Quello che ho voluto evitare è la prassi burocratica: il compitino per dare il via alla candidatura.

Mi dicono e mi ripeteranno, ma chi vuoi che legga tutta questa roba. Ormai la politica è cambiata. La comunicazione è innovativa. Lo slogan s’impone. Vero. Ma, premesso che non devo vendere yogurt o dentifrici o pentole a pressione, credo che per comunicare, per innovare, bisogna avere prima delle idee. Senza idee, lo slogan è vuoto. Senza idee, la politica è sterile.

Ognuno leggerà una frase, una pagina, il capitoletto che conosce meglio, su cui è preparato (e mi dirà che il tal punto non è chiaro, che non basta, che ho sbagliato e bisogna fare diversamente, il Congresso si fa anche per definire i contenuti; ma io spero anche che implementi, che parta dai miei spunti per completare, arricchire); questo è il Congresso, un confronto aperto e anche rischioso. Perché nessuno è un tuttologo; ma alcune direttrici sono indispensabili. Io spero che chi leggerà una frase sia tentato di leggerne due e di dirmi cosa ne pensa; che chi leggerà una pagina voglia arrivare alla fine di un capitolo; che chi leggerà un capitolo sia tentato di capire il senso globale di questa comunicazione; che non vuole chiudersi su se stessa ma essere aperta a tutti, per una Valle d’Aosta che sia aperta al mondo. Ci sono dei punti fermi ma anche riflessioni libere, provocazioni, stimoli al confronto, con l’obiettivo di avere materiale per preparare il grande lavoro: quello vero che arriva dopo il voto del Congresso e dopo un’elezione. Tradurre in prassi il programma. Fare le cose sognate insieme. Quello che vale per la stesura di un programma, vale ancor di più per la vita interna di un partito nell’elaborazione di politiche e prassi; e vale il doppio per un’ attività di governo con altre forze politiche: pensare di costruire un sogno, logorando chi cammina al tuo fianco, o ti precede o ti segue, mi ricorda le mute di cani che trainano le slitte e finiscono per aggrovigliarsi nei finimenti e bloccarsi nel gelo, quando invece la sana competizione e lo spronarsi a vicenda li fa volare sulla pista battuta.

Per quanto attiene ai riferimenti valoriali, non riprendo i riferimenti dello Statuto che definisce l’adesione al Partito democratico – Parti démocrate; ma ogni considerazione rimanda agli ideali di libertà, democrazia, solidarietà ed equità che fondano il nostro essere su una forza politica di centrosinistra.

Due brevi passi nella storia

“E’ dunque il timore la causa che genera, mantiene ed alimenta la superstizione.”

Baruch Spinoza

Come ho scritto, e ribadito più volte, non sono uno storico. La precisazione è necessaria in Valle d’Aosta, dove sono numerosi gli “storici” che pubblicano le loro riflessioni. Tutt’al più, sono un cantastorie che raccoglie ciò che altri a fatica hanno fatto emergere dalla polvere dei documenti. Mi limito dunque a riprendere alcuni passaggi che sono significativi per capire quali processi siano in atto oggi alla luce di cambiamenti profondi del sistema produttivo, economico e sociale occidentale e che hanno ricadute importanti anche sulla nostra piccola e meravigliosa terra, incastonata tra i più alti monti europei.

Marx e Schumpeter, come riportato da Paolo Sylos Labini, avevano già teorizzato attraverso lo studio documentale e l’osservazione dei processi che in un’economia capitalistica lo sviluppo assume un andamento ciclico, ossia non può non procedere attraverso fasi alterne di accelerazione, di decelerazione e di temporaneo declino.

La globalizzazione ha però fortemente investito i processi di sviluppo industriale, trasformando il mercato globale delle merci in un sistema globale della produzione, della ricerca, dell’innovazione, rendendo molto più difficile e complesso intervenire su piccole aree del pianeta che sono investiste dalle gigantesche onde di uno tzunami che ha origini molto lontane.

La produzione su scala planetaria ha avuto ripercussioni pesanti sulle economie occidentali, coinvolgendo tutti in un processo di profonda ristrutturazione dei sistemi produttivi e della loro governance.

Anche la piccola Valle d’Aosta, come nei remoti giorni della res publica romana, di Carlo Magno o di Napoleone, ha “visto passare lo spirito del mondo a cavallo” ed è stata tragico teatro della storia del mondo, come testimonia la coraggiosa Resistenza al fascismo e al nazismo, ma accogliendo anche processi di sviluppo industriale con importanti vantaggi e anche con criticità molto forti.

In particolare, di recente, la crisi economica finanziaria del 2007/2008 ha significato un cambio di paradigma per il nostro piccolo mondo, paragonabile all’impatto degli insediamenti siderurgici del primo novecento.

Fu solo un campanello d’allarme. Io ebbi modo di udirlo, perché nel 2008 occupai una posizione di osservatore privilegiato, ero stato da poco eletto in Consiglio regionale. Assistei alla narrazione che si andava ripetendo negli anni, soprattutto dagli anni ottanta con il favorevole riparto fiscale, di una crescita importante del bilancio regionale che sembrava inarrestabile. Eravamo lanciati su un treno che ci avrebbe portato di lì a poco ai 2 mila milioni di euro o se preferite 2 miliardi di entrate di bilancio.

La crisi mondiale? Sembrava possibile affrontarla con il nostro rating positivo attribuitoci dalle maggiori agenzie internazionali e vantando anche un “tesoretto” di risparmi.

E certo le misure anticrisi hanno certamente salvato intere aziende, attività alberghiere e commerciali, aiutato tantissime famiglie valdostane.

Ma, siccome la crisi colpiva tutto l’occidente, tutto il paese, gli interventi di risanamento della spesa pubblica, imposti anche dall’UE, hanno investito tutte le amministrazioni, compresa la nostra a livello regionale e comunale. A partire dai governi Berlusconi, che con la manovra del federalismo fiscale mirava a far cassa anche con le gestioni corrette delle Autonomie speciali più che a costruire un nuovo modello di governo del paese, si sono abbattuti tagli assolutamente non ponderati, e sono proseguiti in modo cieco con il governo Monti e pur con diverse correzioni e attenuazioni anche con i governi di centrosinistra. Va riconosciuto al governo Renzi una prima inversione di tendenza, con un atteggiamento di maggior attenzione e comprensione dell’ effettiva realtà del bilancio regionale e anche della situazione regionale nel suo complesso; e con il governo Gentiloni si è consolidato un percorso virtuoso di confronto e collaborazione. Ma, la distanza da colmare per ricreare un equilibrio stabile nei rapporti Stato/Regione è ancora ampia.

Il risultato finale è dunque stato che i continui tagli aggiuntivi e anche il venir meno di un chiaro progetto per il futuro della Valle d’Aosta, condiviso con le Parti sociali e l’associazionismo valdostano e la comunità tutta, hanno compromesso lo sviluppo.

E’ cresciuta in modo esponenziale la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, è cresciuta anche la povertà; e questo, in una delle Regioni con il reddito procapite più alto d’Italia e d’Europa, ha creato e crea tensioni fortissime.

Con la crisi non solo i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri, ma si è indebolito, impoverito anche il larghissimo ceto medio della Valle d’Aosta, intorno a cui ruotava il nostro sistema economico: la nostra politica non può restare indifferente e deve proporre un percorso per ridurre la povertà e riconsolidare il ceto medio.

Negli ultimi anni si è poi anche manifestata, per conseguenza dei tagli dei Governi nazionali e dei conseguenti minori investimenti pubblici, una “recessione” della nostra economia complessiva che ha determinato una riduzione delle entrate.

Che fare?

Non basta limitarsi ad attribuire allo Stato l’unica responsabilità delle difficoltà del sistema Valle d’Aosta. Lo Stato ne ha. Ma la prospettiva di un sistema troppo incentrato sulla spesa pubblica, solo in parte orientata allo sviluppo, e spesso tentata dalle scorciatoie di una spesa improduttiva o chiusa nel piccolo circuito regionale, che ha costruito un mercato solo interno alimentato dall’Amministrazione regionale, a partire dall’edilizia, a molte attività artigianali e commerciali, anche nel mondo cooperativo e dei servizi sociali, ha mostrato la sua fragilità con il contrarsi della spesa pubblica. E questa è una nostra responsabilità.

A rendere ancora più fragile questo sistema sono state anche alcune derive clientelari e sistemi di reclutamento nel sistema parapubblico non trasparenti, che hanno reso ancora più incapace di reagire “autonomamente” un sistema che si aspettava sempre un finanziamento regionale a supporto di qualsiasi evenienza.

Dobbiamo quindi rassegnarci a un fatalistico declino? Ridurci malinconicamente a fantasticare un ritorno ai fasti del passato per chissà quale miracolosa concessione?

O non dobbiamo piuttosto fare leva sull’enorme ricchezza collettiva, ambientale, paesaggistica, produttiva, culturale di cui disponiamo, grazie all’enorme lavoro svolto dalle generazioni che ci hanno preceduto, grazie anche alle molte ricadute positive che comunque gli enormi investimenti pubblici hanno prodotto?

Dobbiamo superare le paure dell’incognita di un nuovo cammino da intraprendere, di nuove fatiche, di nuovi sacrifici. Dobbiamo vincere i nostri timori.

Non siamo in un deserto, abitiamo la bella e ricca Valle d’Aosta. Rimbocchiamoci le mani, diamoci da fare. Non gettiamo la spugna. Non accettiamo passivamente questo difficile momento della nostra storia collettiva. Non affrontiamolo da soli, non disperdiamo le energie positive: facciamolo insieme!

Noi ci proviamo con #AVANTItutta, InsiemePossiamo per una Valle d’Aosta più autonoma e democratica e libera.

Un programma per il Governo della Regione

“In ogni momento, e in ogni Paese, ci sono persone che cercano di fermare la storia.”

Robert Kennedy

Ma non sono queste linee programmatiche per un Congresso del PD della Valle d’Aosta?

Pagine “riservate” a iscritti ed elettori del PD?

Ebbene premesso che queste pagine non sono solo frutto di un confronto interno al Partito; e quando dico non solo, non mi riferisco solo ad amici o simpatizzanti o elettori, che certo vi hanno contribuito in larga parte, ma anche ai colloqui con tanti cittadini di diverso orientamento politico, e al confronto con Parti sociali e Associazioni che hanno elaborato analisi e fornito indicazioni su come affrontare la crisi, dando precisi suggerimenti sui punti di forza e sui punti di debolezza del nostro sistema.

Non penso quindi a un Congresso in cui tra noi iscritti, simpatizzanti, elettrici ed elettori del PD ci limitiamo a parlare di regole interne, di composizione dei gruppi dirigenti, di quali e quanti Circoli, se tornare a chiamarli Sezioni, di primarie sì o no, primarie aperte o chiuse. Non voglio banalizzare, sono questioni importanti che meritano attenzione. La capacità organizzativa di un Partito rende più credibili le sue proposte e le sue azioni: quindi non fuggirò l’argomento. Ma i cittadini che incontro per strada hanno altre priorità. E preferisco che la scaletta me la dettino i bisogni dei valdostani e non l’agenda politica interna al partito, o di qualche dirigente di partito.

I lavoratori nel pubblico e nel privato, i disoccupati, i giovani che studiano, gli imprenditori, gli artigiani, i commercianti, i professionisti mi parlano della crisi, del lavoro che manca, del reddito che scende, del mutuo o dell’affitto della casa, di bollette, della coda al pronto soccorso, delle liste d’attesa, del treno che non funziona, del genitore anziano e malato che diventa difficile accudire in casa.

La risposta non può essere la forma del nostro partito, liquida o solida o con rottami da smaltire o riciclare.

La risposta è quale visione abbiamo noi del PD per il futuro della Valle d’Aosta?

Basterà andare a Roma e chiedere a un governo più serio e attento qualche centinaio di milioni per risolvere i nostri problemi?

Si tratta di finanziamenti essenziali, su cui peraltro anche noi stiamo lavorando da tempo, ma saranno preziosi solo se la nostra visione ci indicherà come investirli, non come spenderli senza che generino nuova ricchezza, e soprattutto senza nuovi posti di lavoro, per tappare qualche falla e regalare qualche favore pre-elettorale.

Non possiamo pensare di risolvere la disoccupazione nel lungo periodo creando posti nei cantieri forestali se non costruiamo una filiera del legno che renda produttivo parte del lavoro che ha ricadute sulla messa in sicurezza del territorio e sull’agricoltura e sul turismo, trasformando le attuali squadre in vere o proprie squadre operative, specializzate, di professionisti, come per i vigili del fuoco, non creando squadre che replicano i Lavori Socialmente Utili.

Non possiamo acquisire tecnologie mediche di avanguardia se non servono a curare migliaia di pazienti, anche non valdostani; e che abbiano alle spalle una ricerca medico-scientifica di alto profilo in collaborazione con centri di ricerca e università.

Due piccoli e parziali esempi per dire che dobbiamo dare alla spesa pubblica, in ogni settore, un indirizzo virtuoso, in cui ogni cittadino sia responsabilizzato del ruolo che ha nel processo di sviluppo.

Dobbiamo indicare quali sono le nostre idee, perché con le risorse a disposizione del bilancio regionale, e con quelle che sapremo rivendicare grazie alla capacità di acquisire competenze e alla capacità di autogoverno, sia possibile costruire un futuro migliore per noi e per le generazioni che verranno dopo di noi. Orgogliosi della nostra Autonomia veramente responsabile e speciale!

La forza di una comunità

“La parola comunità evoca tutto ciò di cui sentiamo il bisogno e che ci manca per sentirci fiduciosi, tranquilli e sicuri di noi.”

Zygmunt Bauman

Nel silenzio che regna al mattino nelle luminose stanze della biblioteca di Aosta, che è uno dei tanti simboli dello sviluppo positivo della nostra Regione, che non si è limitato ad una vertiginosa crescita economica ma ha portato con sé anche un prodigioso avanzamento culturale, mi chiedo da dove si debba cominciare  per rilanciare con vigore processi di dinamismo economico, sociale e culturale della nostra comunità.

Comunità ecco la parola magica da cui partire. La comunità valdostana, un insieme di donne e di uomini che hanno intelligenza, capacità, coraggio, professionalità, abilità, sensibilità, volontà, tenacia, sogni, aspirazioni, desideri, passioni, che la politica ha il compito di ascoltare, valorizzare e sono il primo bene su cui contare per cominciare un nuovo corso, una nuova pagina della nostra lunghissima storia.

Io ho fiducia nelle persone che lavorano, che studiano, che faticano ogni giorno, che creano, che costruiscono, che pensano, che vivono questa meravigliosa terra. Ho fiducia nei valdostani!

Bisogna unire le energie migliori e positive, anche quelle più critiche, costruendo obiettivi comuni e percorsi per raggiungerli. Insieme.

Guardando Avanti!

Barack Obama disse agli statunitensi: Yes, we can! Sì, Noi possiamo! Noi, noi tutti insieme, che è più significativo e profondo della traduzione impersonale che troviamo in molti testi: si può fare. Noi valdostani possiamo farcela.

E questo è l’inizio!

Ripartire dall’Ambiente

“Io sono me più il mo ambiente e se non preservo quest’ultimo non preservo me stesso.”

José Ortega y Gasset

Se non ci preoccupiamo dell’ambiente noi valdostani, che viviamo immersi in una natura meravigliosa, che abitiamo sulle pendici delle vette più alte d’Europa, nel regno dei ghiacciai, che traiamo dalle acque la nostra linfa vitale, e aspettiamo che lo faccia chi abita le periferie di New York o è immerso nello smog di Beijing, perdiamo di vista il bene più prezioso che abbiamo.

Oscar Farinetti ha scritto: “Credo che quest’ultima invenzione, che ci mette in condizione di connetterci ovunque ci troviamo e di avere a disposizione sistemi che amplificano in modo esponenziale la nostra intelligenza, debba indurci a creare un nuovo modello sociale ed economico il cui target centrale sia non più solo godere, ma durare. Sì, durare, cioè allontanare il più possibile la fine del mondo attraverso un nuovo rapporto con la natura e tra noi stessi. Sono convinto che, intorno a questo nuovo obiettivo e attraverso l’utilizzo corretto degli strumenti digitali, potremo creare moltissimi posti di lavoro. La parola chiave è: rispetto.”

L’Ambiente è un bene così prezioso che non può più essere un patrimonio culturale di pochi, o diventare teatro di un conflitto ideologico tra conservazione e sviluppo. Oggi lo sviluppo o è green o non è sviluppo. La sfida è difficile perché noi vogliamo continuare a vivere e abitare la montagna. Vogliamo farlo con dignità e per raggiungere questo obiettivo, fra turismo, che è la nostra principale attività economica, e ambiente, che è la nostra principale risorsa, dobbiamo trovare una sintesi di qualità.

Ogni nuovo intervento va inserito non solo in un piano di tutela dell’ambiente ma anche di recupero delle gestioni del passato. Un nuovo albergo, un nuovo impianto di sci devono portare con sé la rimozione degli errori del passato. Dobbiamo sviluppare l’utilizzo di fonti rinnovabili e ridurre al minimo i combustibili fossili. Il nostro turismo deve proporsi di altissima qualità, dalla piccola mansarda, all’agriturismo, al bed and breakfast, all’hotel che sia a tre o cinque stelle. Nell’offrire sul mercato la nostra grande cultura turistica, offriamo anche la qualità unica del nostro ambiente, come una cosa sola.

Ogni nostra attività deve essere mirata a creare condizioni per cui tutte le azioni umane siano sostenibili, con uno scambio positivo fra ambiente e uomo che lo abita.

Ma non solo nel campo turistico. La stessa industria va ripensata e orientata alla #green economy. Anche intervenendo per riqualificare aree dismesse o migliorare sensibilmente l’impatto degli impianti esistenti: un lavoro enorme tutto da fare.

E continuare anche in agricoltura sulla correlazione positiva fra gestione del territorio, qualità del paesaggio e dell’ambiente naturale. Sono millenni che sfruttiamo i pascoli alpini e sono ancora belli e incontaminati. Questo è il nostro futuro. La nostra ricchezza.

Intervenire per la messa in sicurezza del territorio va sempre fatto coniugando la sicurezza delle nostre famiglie con la qualità dell’ambiente. Impedire che frani un versante per consentire il traffico in una Valle di montagna vuol anche dire preservare specie vegetali e animali in nicchie ambientali non riproducibili.

Abbiamo mosso i primi passi nella direzione virtuosa della gestione a freddo dei rifiuti, e dobbiamo moltiplicare gli sforzi per andare al di là del differenziare, per ridurre lo spreco, per recuperare, per riciclare la materia.

Contro la povertà

“Non si offre vero aiuto ai poveri senza che possano trovare lavoro e dignità.”

Papa Francesco

Ambiente e uomo insieme, pensati come una cosa sola. Uomo e ambiente che crescono insieme. Una ricchezza straordinaria. Tutti hanno il dovere di concorrere con responsabilità a costruire questa ricchezza, e tutti hanno il diritto di beneficiarne.

Parto dai poveri. Parto da un nuovo atteggiamento culturale per battere la povertà e non per assecondarla con l’assistenzialismo.

Non è giusto che qualcuno debba spendere una vita intera di lavoro e non veda i frutti del suo lavoro riconosciuti e premiati.

La meritocrazia vale nei posti di lavoro, nella scuola, nella società. Chi fa il suo dovere, paga le tasse, chi è operoso, chi fa bene la raccolta differenziata,  chi rispetta gli altri, il prossimo, non può sentirsi deriso o passare per un marziano.

In Valle d’Aosta c’è bisogno di più meritocrazia. Che i padri amino i figli è naturale, che si aiutino gli amici un dovere morale, ma questo non deve diventare la molla di un sistema che scada in familismo e clientelismo.

Tutti devono avere le stesse opportunità, di crescere, studiare, avere una casa e un lavoro. Le singole capacità permetteranno agli uni o agli altri di avere borse di studio, vincere concorsi, vedere riconosciuta la professionalità a tutti i livelli, dal lavoro più umile alla dirigenza, conquistare responsabilità maggiori nel lavoro, ottenere una premialità economica.

Una società virtuosa però non lascia indietro nessuno. Non può essere una colpa nascere e trovarsi in una culla fredda, senza affetto e cure dei genitori, o incappare in una scuola che non si fa carico di chi ha difficoltà di apprendimento, o subire esclusioni dal lavoro nonostante capacità e impegno.

Eliminare la povertà è lo spirito che anima tutta una società che vuole crescere più forte e unita. E non si fa attraverso sussidi disordinati e assistenzialismo fatalistico o passivo. La carità è preziosa nell’emergenza. Un dono importante per la nostra comunità, che suscita ammirazione e rispetto. Ma la lotta contro la povertà necessita misure strutturali. Non va confusa con chi sceglie una vita di disordine, di pigrizia o alternativa all’agire nella comunità. Tutti gli aiuti vanno indirizzati all’inserimento, alla crescita, alla formazione, al ricreare le condizioni di un’autonomia dell’individuo. La lotta alla povertà è lo sforzo collettivo di tutti per una società più solidale ma anche più operosa e attiva.

E nella pratica? Occorre che politiche attive del lavoro e politiche sociali trovino maggiore efficacia e procedano fianco a fianco, coordinandosi. Una Regione di 127.000 abitanti ha il dovere di essere vicina a coloro che sono in difficoltà per costruire percorsi mirati a superare queste difficoltà.

Una società che è in grado di affrontare la povertà, una società più equa, è una società che dà più opportunità a tutti, che si sviluppa più rapidamente e in modo armonico. La lotta alla povertà è un interesse generale non una questione di pochi a vantaggio di pochi. Una società che riesce a vincere la povertà è una società con più benessere per tutti.

Per uscire dall’assistenzialismo serve più lavoro ma anche capacità di approcciarsi a lavori nuovi, complessi, flessibili, stagionali, e coordinare più lavori. Serve formazione, professionalità, percorsi di apprendimento permanente e un collegamento stretto con il mondo del lavoro in continua evoluzione.

Bisogna sostenere ed essere vicini alle famiglie perché non scivolino lentamente nella povertà.

Dobbiamo ricreare un’efficiente Agenzia del lavoro regionale che si faccia carico di creare, coordinare, gestire politiche attive del lavoro, con una azione concertata con la Formazione professionale, l’Istruzione e le Politiche sociali in stretta collaborazione con le Parti sociali e tutto il mondo delle Associazioni.

Infrastrutture

“Sì, viaggiare/ Evitando le buche più dure/Senza per questo cadere nelle tue paure/ Gentilmente senza fumo con amore/ Dolcemente viaggiare…”

Lucio Battisti, Mogol (Giulio Rapetti)

Scelgo il tema più difficile per dire che non scappiamo di fronte ai problemi. L’analisi è nota e non mi dilungo ma la richiamo: autostrada con pedaggi dai costi insostenibili; una ferrovia inadeguata, non elettrificata, con tante criticità che obbligano i treni a procedere lentamente, intasata da convogli, senza il doppio binario, con ancora troppi passaggi a livello, e inutilizzabile oltre Aosta verso la Valdigne; un aeroporto che ha smarrito la sua funzione, con una nuova aerostazione non conclusa, fatiscente per il blocco dei lavori.

Dunque, lo sviluppo non può prescindere da una forte iniziativa, che inevitabilmente coinvolga anche il Governo nazionale e la Regione Piemonte, per rendere sostenibili i passaggi autostradali, ammodernare ed elettrificare la ferrovia per consentire tempi di percorrenza più performanti, e ridare una vitalità turistica all’aeroporto. Questa è una priorità colossale, non rinviabile, perché è una zavorra per tutta l’economia valdostana.

Siamo tutti più saggi e consapevoli sul ruolo del trasporto pubblico; e l’era della crisi economica è coincisa anche con la fine dei buoni di benzina. La mobilità individuale è diventata dunque più costosa e la necessità del trasporto pubblico è cresciuta e continua a crescere.

E se i pullman possono utilizzare le strade delle auto private, esplode invece il problema della ferrovia abbandonata, proprio nel momento in cui diventa impellente l’esigenza di spostarsi di più per lavoro; e aumenta il numero degli studenti universitari. L’accessibilità alla nostra offerta turistica è poi una ragione ulteriore che salda le esigenze di famiglie, lavoratori e imprese per indurre a stringere i tempi nella realizzazione di un collegamento ferroviario più performante nell’asse di centro valle.

Questo senza dimenticare, come spesso accade, che abbiamo una straordinaria rete di collegamenti funiviari d’avanguardia nelle stazioni sciistiche, con la perla di Skyway a dare lustro a tutto il sistema, e un’ottima rete stradale per risalire nelle Valli laterali, un tempo bloccate d’inverno a causa delle valanghe, cosa sempre più rara grazie a una capillare presenza di paravalanghe. Dobbiamo continuare a investire nella manutenzione e nel rendere di alta qualità e sicurezza il sistema funiviario e stradale.

A ciò si aggiunge la banda larga che è il nostro futuro. Gli enormi investimenti del passato che hanno consentito di posare oltre 300km di fibra ottica devono essere pienamente valorizzati, consentendo, con il ruolo attivo e la collaborazione degli operatori privati del settore, l’accesso per tutti ai servizi della rete. Fornendo uno strumento indispensabile alla vita quotidiana di ogni cittadino ma anche delle tante imprese artigiane, e fondamentale per il turismo. Molti turisti infatti possono scoprire e fruire di tutti i servizi, proprio grazie alla rete, e possono allungare i loro soggiorni, proprio grazie alla possibilità di comunicare o anche di lavorare su scala planetaria.

Dobbiamo continuare a implementare questa infrastruttura per non ripetere errori fatti con la rete ferroviaria o l’aeroporto, consentendo a ogni cittadino di essere collegato con il mondo.

Come ripeto spesso non siamo all’anno zero. Ma ora dobbiamo accelerare, se vogliamo “dolcemente viaggiare” e non restare fermi in una stazione desolata, mentre intorno a noi il mondo corre.

Servono nuovi investimenti per sviluppare i comprensori sciistici più grandi collegando più stazioni tra loro: non vogliamo però aggiungere altra antropizzazione sulla montagna snaturandola. Si deve invece avviare un progetto complessivo di ripensamento di tutti i comprensori per eliminare i segni di una presenza umana che passato è stata poco attenta, e magari ha lasciato vecchi pali abbandonati, cavi pericolosamente posati sul terreno; e riqualificare dal punto di vista energetico e architettonico tutte le stazioni. Ridurre complessivamente consumi e impatto ambientale. Utilizzare le energie rinnovabili ove possibile e mantenere come residuali o legati a emergenze gli idrocarburi. Con gli investimenti in infrastrutture deve diventare più sostenibile e durevole tutto il sistema economico e sociale che ruota loro intorno e che da esse è interdipendente.

Costruire un patto ambientale anche con i fruitori consumatori dello sci e della montagna estiva e in tutte le stagioni, perché continui a migliorare la qualità della loro presenza e lo scambio natura uomo sia proficuo per entrambi.

Che a tutti sia data la possibilità di trovare un lavoro

“Ci stiamo accorgendo che non basta dare a un uomo vitto, vesti, alloggio, lavoro, ci stiamo accorgendo che la cosa più importante è invece aiutare l’uomo ad aiutarsi”.

Robert Kennedy

Più lavoro per tutti l’avevo già scritto anni fa. Dovevo inventarmi un altro titolo? No, questa priorità resta. Anzi si è fatta ancora più urgente! Semmai l’esperienza mi ha permesso di ampliare la visione del problema e delle soluzioni.

La nostra priorità assoluta nei programmi di governo, in qualsiasi livello ci troviamo ad operare deve essere il lavoro. Occupazione per i giovani, che non possono attendere 30 anni per capire cosa significhi avere una propria autonomia. Lavoro per coloro che lo perdono a 40 o 50 anni e faticano a ricollocarsi. Lavoro che sia più sicuro. Lavoro di qualità, che permetta di esprimere professionalità.

Le scorciatoie del lavoro pubblico che non si autosostiene (penso al contrario che per esempio tutto il lavoro che favorisce la fruizione dei beni culturali o naturali, e quindi fornisce la materia prima di qualità al nostro turismo, sia investimento pubblico e non spesa improduttiva) ci abbia portato su un binario morto.

Dobbiamo ripartire dalla nostra realtà e dal collegare i nostri giovani, attraverso l’Istruzione e la Formazione professionale al mondo del lavoro.

Abbiamo nel turismo la principale fonte di attività ma continuiamo ogni anno a utilizzare, sia per figure di alta specializzazione sia per ruoli a bassa specializzazione, lavoratori che provengono da fuori Valle, principalmente da altre regioni italiane ed anche stranieri.

Anche nel settore dell’agricoltura, dalla viticoltura alla zootecnia, dobbiamo ricorrere a manodopera che proviene da fuori Valle.

E infine nell’industria, se si esclude (in questo periodo) il caso dell’edilizia che ha pagato il prezzo più alto della crisi in Valle, la carenza di figure tecniche qualificate e di disponibilità al lavoro in azienda rende persino paradossalmente poco appetibile la nostra Regione a nuovi insediamenti industriali, mentre negli stabilimenti esistenti, specie in bassa valle si ricorre ai lavoratori canavesani.

Urge dunque un rilancio e una maggiore attenzione al nuovo ruolo dei Centri per l’impiego. La vera svolta può venire, come accennato in precedenza, dalla rifondazione di un’ efficiente Agenzia regionale del lavoro, che oggi più che mai è indispensabile: infatti le politiche attive del lavoro sostituiranno le politiche passive limitate all’assegno di disoccupazione e alla cassa integrazione.

Non possiamo delegare a funzioni statali le politiche attive del lavoro, che sono un centro nodale per il nostro sviluppo territoriale, dopo aver acquisito e lottato per mantenere a livello regionale le competenze sulla materia. Non possiamo per ignavia e inefficienza chiuderci a una gestione burocratica di un settore che invece, come dice l’espressione politiche “attive” del lavoro, deve essere creativo e innovativo, se vuole produrre risultati.

Una nuova Agenzia del lavoro, una stretta collaborazione con il mondo dell’Istruzione e della Formazione professionale, una rete strettissima di contatto e dialogo con tutto il mondo del lavoro, con le Parti sociali, sia sul lato dell’impresa sia con le Organizzazioni Sindacali, può far recuperare da subito una parte del solco scavato fra giovani e lavoro.

Il passo successivo è una programmazione che non rincorra le scadenze dei fondi europei, che non sia sempre in affanno con il rischio di perdere, o non meno grave, disperdere o utilizzare solo come spesa e non come volano di sviluppo le risorse europee stesse, vitali per la nostra Regione.

Occorre avere un progetto per i prossimi dieci anni, per il lavoro, per la scuola-lavoro, per la riqualificazione per la formazione di base e per la formazione permanente, su cui di volta in volta si innescano nuovi progetti o si implementano singoli progetti, in modo dinamico e non statico e ripetitivo come in alcuni casi avviene oggi.

A un mercato dinamico non bisogna rispondere con altra burocrazia o prassi copia/incolla, ma con il dinamismo delle idee.

Lo dobbiamo ai nostri figli, lo dobbiamo ai tanti che perdono un lavoro e non sanno più da che parte cominciare.

Un partito federalista: la lunga storia della sinistra valdostana

“Non basta che l’idea federalista venga affermata nelle pagine di un libro: bisogna che diventi programma politico dei partiti democratici. Il federalismo è utile economicamente alle masse del Sud, politicamente ai democratici del Nord, moralmente a tutta l’Italia.”

Gaetano Salvemini

Radici forti per un albero che torni a germogliare, fiorire, dare frutti e far crescere alti e forti i suoi rami nel cielo azzurro.

La coscienza di un grande passato non deve farci perdere di vista l’orizzonte e il futuro. Tutte le nostre energie devono essere volte a costruire le condizioni di uno sviluppo sostenibile e duraturo. Per farlo la condizione prima dell’Autonomia non è sufficiente, occorre innovare i processi produttivi, riformare il sistema burocratico/amministrativo, fare della green economy il perno dello sviluppo, puntare sulle risorse umane attraverso la formazione permanente, la riqualificazione, la meritocrazia.

L’Autonomia speciale, cuore del nostro federalismo, è proprio un motore dello sviluppo economico. La capacità di autogoverno locale dei processi, se ha l’intelligenza di raccordarsi con politiche nazionali ed europee, e sovranazionali, se trova il coraggio di raccordarsi con i distretti industriali che non hanno più confini amministrativi e di Stato, e travalicano le montagne, può muovere tutte le leve dello sviluppo, dell’innovazione, che i livelli centrali non possono attivare.

Il federalismo è la vera molla dello sviluppo economico di un paese, di un continente; è la ricchezza delle regioni, che sommandosi crea la ricchezza del paese e della nostra Unione Europea, che spesso ha perso di vista le regioni, che le guarda con diffidenza, timorosa di autodeterminazioni, che sono invece il segno del blocco dei processi federalisti, per ridursi a guardare le partite a scacchi tra i capi governo degli Stati.

La sinistra valdostana ha un’orgogliosa storia federalista, e ha difeso e valorizzato l’Autonomia speciale della Valle d’Aosta lungo tutto il corso della sua storia. Ma, dobbiamo fare uno sforzo maggiore perché si esca dalla spirale di molta politica nazionale, che faticando a governare lo sviluppo dal livello centrale, non coglie la molla dei successi di molte Regioni, e delle sinergie positive tra il livello regionale e quello nazionale. Invece bisogna aprire con coraggio a una impostazione federale dello Stato italiano. La Regione Valle d’Aosta insieme alle Regioni e Province Autonome del Nord e alle Regioni a Statuto ordinario che sono pronte ad acquisire nuove competenze, e a gestirle in modo efficace, deve rilanciare la prospettiva federalista nell’interesse generale del paese e non come tentativo di strappare qualche privilegio. Lavorare di più, creare più ricchezza è un bene per tutti. Frenare questo processo è innanzitutto un errore economico.

La libertà di autogovernarsi; in un quadro di leale collaborazione fra tutti i livelli istituzionali è la strada per riavvicinare i cittadini alla politica, quella vera fatta di contenuti, di azioni concrete e non di slogan. E’ a livello locale che il cittadino misura meglio e subito quanto gli slogan siano vuoti e quanto invece sia concreta ed efficace una scelta politica. Chi ha provato a governare le grandi città ha appreso o sta imparando questa dura lezione.

Il federalismo e la crescita della nostra Autonomia speciale sono un cardine del Partito democratico – Parti Démocrate della Valle d’Aosta.

L’economia del turismo

“Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma.”

Bruce Chatwin

Dopo i pellegrinaggi lungo la Via Francigena, dopo il “gran tour” dei viaggiatori inglesi dell’Ottocento, la Valle d’Aosta continua ancora ai nostri giorni a essere una meta unica nel panorama mondiale del turismo.

Le ragioni di fondo sono tre, che sono le precondizioni: un paesaggio naturale meraviglioso perché la Valle d’Aosta è incastonata tra le cime più alte d’Europa, con una verticalità molto accentuata che consente in brevi distanze di cogliere tutte le variabili naturali e paesaggistiche della quattro stagioni; un forziere di beni culturali che risalgono a migliaia di anni prima di Cristo, e che nel corso della lunga storia occidentale ha visto sorgere monumenti meravigliosi dalle aree megalitiche, ai monumenti romani, ai castelli medioevali, alle opere contemporanee; e la capacità dei nostri operatori e l’efficienza del nostro sistema pubblico/privato.

A questo si aggiunge il contributo della cultura materiale e artistica del nostro artigianato di tradizione e della cura del paesaggio della nostra agricoltura di montagna. Di fronte ai numeri crescenti del turismo a livello mondiale, dobbiamo sostenere le nostre imprese turistiche e tutte le attività correlate in uno sforzo di continua e permanente innovazione che riesca a garantire sempre un’alta qualità della nostra offerta. Siamo arrivati in alto; rimanere lassù, significa lavorare e innovare ogni giorno. Deve proseguire lo sforzo pubblico che mira a rendere fruibili i beni naturali e culturali, implementando e rendendo ancora più efficace il sistema di informazione sia attraverso la rete, sia attraverso le forme più convenzionali. L’oggi e il futuro sono la rete.

Ampliare i servizi a supporto dell’economia turistica, in un’ottica ampia, che consenta anche ai residenti di beneficiarne, aumentando quindi la qualità della vita di tutti.

Occorre favorire la collaborazione e l’attività in consorzio degli operatori turistici, al fine di coordinare con il sistema pubblico, strategie e attività di marketing e promozione di un prodotto “Valle d’Aosta”, che poi si declina in tanti luoghi e siti e offerte. La superficie della nostra Regione è la metà di quella della municipalità di Shanghai. Serve uno sforzo unitario e di feconda collaborazione per sostenere i grandi eventi regionali e rafforzare le loro ricadute su tutto il territorio. Coordinarsi a livello regionale non deve frenare le molteplici iniziative degli Enti locali o dei singoli operatori ma deve valorizzare gli investimenti e favorire processi di aggregazione per renderci più pronti a cogliere e interpretare la domanda dei grandi numeri del turismo mondiale.

Fare squadra! E poi ancora fare squadra!

E’ importante, lavorare insieme, abbandonare i compartimenti stagni, le burocrazie che non comunicano, anche la politica chiusa nei vecchi orticelli dei singoli assessorati, perché se il turismo ha contribuito alla crescita dell’agricoltura di montagna, fino a orientarla verso l’agriturismo; questa crescita oggi consente di valorizzare il nostro turismo con l’enogastromia e con prodotti tipici che sono elementi essenziali di un’offerta turistica di qualità.

L’Agricoltura di montagna

“Progresser en agricolture, qu’est-ce autre chose qu’augmenter la richesse d’un pays, diminuer le nombre des paure, rendre la vie moins dure, moins pénible dans ces milliers de hameaux dispersès sur nos montagnes, où l’on ne mange, la pluspart du temps, que du pain noir, du maïs, des châtaignes et des pommes de terres?”

Edouard Bérard

L’enorme sforzo compiuto dall’amministrazione regionale per sostenere la trasformazione da un’agricoltura di auto sussistenza alla creazione di imprese agricole in grado di affrontare la sfida della globalizzazione è stato in termini assoluti, e in particolare come percentuale rispetto all’incidenza sul Pil regionale, un investimento colossale. Grazie alle capacità imprenditoriali crescenti e sempre più diffuse anche nelle nuove generazioni, questo sforzo ha dato risultati importanti ma l’economia non porta a traguardi definitivi. Ogni giorno bisogna ripartire.

Le imprese ci sono; e sebbene il loro numero si sia inevitabilmente ridotto, la loro capacità produttiva si è più che decuplicata. Parallelamente non bisogna perdere di vista il ruolo delle aziende o delle piccole realtà agricole che sono complementari ad altri redditi famigliari, che vengono da occupazioni nel pubblico o nel privato; ma che oltre a concorrere alla cura e al presidio del territorio, possono generare nuove imprese autosufficienti, o costituire un punto di partenza per i giovani che vogliono cimentarsi in questa impegnativa attività.

Abbiamo poi già illustrato come interessanti esperienze di agriturismo mettono in evidenza il nesso fortissimo tra la produzione agricola e le ricadute turistiche.

L’agricoltura di montagna, di fronte a una competizione turistica sempre più aggressiva e complessa, permette di mettere il visitatore a contatto con una cultura materiale che arricchisce notevolmente l’offerta turistica.

Tradizione e modernità, territorio e cultura, qualità e soprattutto tanto duro lavoro, possono identificare il comparto agricolo nella Regione più montuosa d’Europa.

La zootecnica, accanto alla vigorosa ripresa della viticoltura e dell’enologia, resta, dati i suoi numeri, fondamentale alla cura del territorio e all’economia regionale: seppur tendenzialmente in calo, 38.000 capi di bestiame e un migliaio di aziende sono numeri straordinari per la nostra regione.

Ma, un allevamento che si fonda sulla monticazione e sulla valorizzazione dei pascoli che si rendono disponibili con lo scioglimento delle nevi è fortemente messo in difficoltà negli ultimi anni. Gli ingenti investimenti che hanno riqualificato strutture e attività lavorative, anche con importanti collegamenti stradali con il fondovalle, hanno salvato un patrimonio straordinario; ma i problemi restano: molto più vantaggioso mantenere le stalle e gli animali nel fondovalle, sul modello padano; costi di trasformazione triplicati anche dalla necessità di un numero altissimo di strutture produttive, legate alla produzione a chilometro zero del latte crudo per ottenere la Fontina DOP; ma, soprattutto il fallimento della burocrazia: si sono determinati ritardi inaccettabili nei pagamenti dei premi agli allevatori.

Diventa veramente un’impresa ardua gestire un’attività imprenditoriale in queste condizioni.

Serve un intervento forte di riorganizzazione del sistema, che garantisca tempistiche certe e procedure di indennizzo tali da garantire anche coperture quando i ritardi sono imputabili al sistema nazionale.

Meno tasse

Concorrere tutti equamente al Bene Comune

Occorre certo che lo Stato nazionale esca dalla politica degli annunci e continui, come con i governi Renzi e Gentiloni, una politica di riduzione fiscale. La progressività è un principio irrinunciabile! Tutti devono contribuire: ma bisogna pagare di meno tutti.

Le nuove competenze in materia fiscale acquisite con l’ultima norma di attuazione, chiamano anche la Regione ad un’assunzione di responsabilità su un tema delicatissimo. Serve una posizione chiara rispetto alla riduzione della pressione fiscale; e non lasciare che sia solo lo Stato a intervenire con ovvie ricadute sul nostro sistema che beneficia del riparto dei 10 decimi.

Coerentemente va contenuta anche la pressione fiscale locale. Ma per farlo senza compromettere gli investimenti della spesa pubblica in economia e in servizi di qualità a sostegno anch’essi dello sviluppo come trasporto pubblico e welfare, occorre che la manovra fiscale sia connessa ad una crescita dell’economia e a una riorganizzazione dell’amministrazione che sia più efficiente e a sostegno ai cittadini, contenendo le procedure burocratiche, i tempi, e la riproduzione della documentazione nell’era dell’informatica.

Su queste basi potremo ridurre la tassazione con particolare rilevanza per chi investe e crea ricchezza e posti di lavoro.

La detassazione deve premiare innanzitutto la green economy, l’economia circolare e la sharing economy, mettendo in relazione innovazione e tradizione.

La cultura

“La Cultura è veicolo di Libertà, di quella libertà che costituisce un bene indivisibile, perché non può essere goduta da soli.”

Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Non ci può essere cultura senza libertà. A partire dall’importanza che ha avuto l’evoluzione artistica dell’artigianato di tradizione, sia per quanto riguarda tutte le forme di arte è fondamentale il sostegno pubblico. Non sempre abbiamo a disposizione un Mecenate. Anche se vanno incentivate forme di partecipazione dei soggetti privati per la promozione culturale. E i soggetti privati devono diventare più dinamici anche sul piano culturale.

Il finanziamento pubblico della produzione artistica, in tutte le sue forme, dall’artigianato tradizionale, alla musica, al teatro, alla pittura, alla scultura, al cinema, alla ricerca scientifica non deve mai cadere nella tentazione del “controllo”.

La libertà della creazione artistica, frutto spontaneo di esercizio “critico” per sua natura, favorisce la crescita culturale di tutta la comunità e concorre a valorizzare gli investimenti nella fruizione dei grandi beni architettonici e artistici, in tutte le forme anche contemporanee, che millenni di storia hanno prodotto in Valle d’Aosta.

Non possiamo fermarci a conservare e a fruire del passato, anche reinterpretandolo, dobbiamo promuovere e stimolare lo sviluppo culturale, di tutte le arti.

La cultura che continua ad autoriprodursi è un bene fondamentale per la nostra Regione.

L’Istruzione

“L’Istruzione è l’arma più potente che puoi utilizzare per cambiare il mondo.”

Nelson Mandela

Ero assessore alle attività produttive. Mi dicono: “Devi occuparti di formazione professionale”. All’inizio penso: ma questa cosa non può essere separata dall’Istruzione in generale. Ci provo. Avendo trovato grande collaborazione nell’Assessorato all’Istruzione, sia nella persona dell’assessore, che del Sovraintendente e di tutti i dirigenti e quadri, ho promosso una riforma della formazione professionale in Valle d’Aosta, con più obiettivi: dare pari dignità alla formazione professionale, consentire di assolvere l’obbligo scolastico anche nella formazione professionale, aprire la sperimentazione della formazione duale, quindi anche riconoscendo il valore culturale del lavoro, costruire un percorso con un quarto anno formazione e aspirare al quinto anno con esame di stato per l’accesso all’università, possibilità di finanziare corsi in collaborazione con centri di formazione anche all’estero, pari opportunità per chi studia nei licei e chi studia nella formazione professionale.

E perché l’ho fatto?

Perché tutti devono avere la possibilità di imparare, anche se hanno diverse attitudini, anche se magari sono più portati per il fare che per l’apprendimento attraverso i libri. Abbiamo bisogno di tutti e di tutti con livelli di istruzione e formazione maggiori.

La scuola valdostana ha una grande storia alle spalle. Dalle piccole scuole di villaggio che hanno evitato l’analfabetismo anche nelle più remote e povere case di montagna, dove non arrivavano strade, fino alla capacità di costruire un sistema di istruzione unico, bilingue e plurilingue, di grande spessore e qualità. Anticipando sperimentazioni nazionali, con azioni di formazione diffusa e capillare del personale che non hanno analoghi al mondo, in tutti gli ordini di scuola.

Una storia importante supportata da un indirizzo politico chiaro, da intelligenze innovative, creative e capaci di applicazioni didattiche concrete e di ricerca sperimentale, teorica e applicata. Una storia parallela allo sforzo di difendere l’identità di un popolo, perché un popolo non può non avere una sua scuola. La nostra identità è legata a filo doppio con la nostra lingua o doppia lingua francese e italiano.

Questo percorso di lungo periodo, che ha retto anche ai pesanti condizionamenti della dittatura fascista che ha estremizzato ulteriormente le spinte nazionaliste del governi seguiti all’unità d’Italia, ha subito un rallentamento a seguito della crisi complessiva del mondo dell’istruzione in Italia. La vivacità culturale degli anni ’60 e ’70 che, alimentata e sostenuta dalle lotte sociali di lavoratori e studenti e dalle esigenze dello sviluppo tecnologico dell’economia, aveva prodotto grandi cambiamenti nell’impostazione elitaria della scuola italiana, si è ripiegata su una dimensione più professionale, perdendo la presa con le forze riformatrici e riformiste della società. La stagione delle riforme degli anni 90 si è, infatti, incagliata e poi inaridita in una serie di controriforme. La funzione dell’insegnamento ha perso anche il giusto riconoscimento sociale.

Anche la scuola Valdostana è stata investita negativamente dai processi di riforma e controriforma che non arrivano mai in fondo. Che si contraddicono. Che si perdono nella routine quotidiana. La scarsa mobilità sociale del nostro paese e un’economia frenata hanno poi contribuito a togliere parte del valore immediato agli studi, generando un vortice negativo da cui siamo avvitati.

Nonostante le prerogative del nostro Statuto speciale ci abbiano in parte permesso di attenuare e correggere alcuni aspetti negativi delle riforme, la scuola valdostana deve ritrovare la sua vocazione e la sua voglia di fare e sperimentare nuovi percorsi. Ritrovare la sua ambizione e, mi permetto di dire, la sua vocazione!

La sfida è evidente se fino a 10 o 20 anni fa apprendere due lingue era, oltre che una rivendicazione identitaria, un vantaggio oggettivo per tutti; ora le due lingue restano fondamentali, importanti, non sono più sufficienti. La diffusione planetaria dell’inglese e la sua rilevanza negli studi (le migliori università al mondo sono anglofone e molte università italiane prevedono già corsi in inglese; non se ne può prescindere nella ricerca in campo scientifico e tecnico ed è indispensabile anche nella vita quotidiana per il lavoro, specie in una terra che vive di turismo), impongono un’accelerazione nel suo insegnamento e nella qualità del suo insegnamento.

Qui si apre una vera e propria spaccatura sociale fra le famiglie più attente alla problematica che possono supplire, se ne hanno i mezzi economici, con percorsi privati e le altre che rischiano di vedere i figli esclusi da un apprendimento di qualità.

Le riforme in atto, sono insufficienti, poco condivise, perché si sono intrecciate a tante legittime problematiche professionali e ideologiche, e quindi l’efficacia rischia di non essere adeguata agli sforzi degli insegnanti e dell’Amministrazione.

E siccome è una questione di sistema scuola; non può essere risolta con la buona volontà dei singoli che in molti casi si prodigano, fanno “miracoli”. Non mancano esperienze di rilievo; ma è il sistema scuola che deve evolvere nel suo complesso.

Occorre in modo concertato e condiviso costruire un modello più radicato e diffuso per affiancare alle nostre due lingue, francese e italiano, una conoscenza e una padronanza attiva più efficace della lingua inglese.

E’ una responsabilità della società e della politica che non va scaricata sulla scuola e sugli insegnanti in generale, ma certo bisogna coinvolgere scuola e insegnanti con la loro esperienza e competenza per costruire un nuovo modello di scuola valdostana che faccia riprendere il cammino del passato, in cui siamo stati all’avanguardia.

L’Università

“L’università è un investimento su se stessi. E, insieme alla scuola pubblica, resta l’unico frullatore sociale, capace di mescolare redditi, censo e geografia. Se si ferma, siamo spacciati.”

Beppe Severgnini

E’ una grande opportunità per la nostra Regione. Dà la possibilità di far fiorire intelligenze, attira nuove risorse intellettuali sia tra i docenti, sia tra gli studenti.

Ma è fondamentale che continui a essere aperta al mondo. Sia nella direzione di rapporti e condivisione di percorsi didattici, esami specifici e corsi di laurea con altre Università della montagna, sia nella direzione dell’apertura linguistica con Università specializzate, sia nella costruzione di tutti i possibili percorsi di laurea breve, magistrale e post laurea per la formazione di tutte le figure che ruotano nel mondo dell’economia turistica e del suo indotto.

Gli studenti e i docenti della nostra Università devono avere l’opportunità di svolgere intere annualità all’estero e noi dobbiamo accogliere dall’Italia e dall’estero studenti e docenti.

Occorre sostenere anche la ricerca libera dell’Università perché solo la sua qualità permetterà di dare forza alle azioni di collaborazione nazionale e internazionale. L’Università non è un luogo di conservazione e trasmissione del sapere ma un luogo di relazioni dinamiche, dove si continua la faticosa ricerca del sapere e riflessione critica sulla conoscenza, offrendo a molti gli strumenti per avventurarsi in questo difficile cammino.

In generale l’Amministrazione deve poi sostenere, tenendo conto degli indicatori economici, le famiglie e gli studenti a fronte di costi crescenti per lo studio.

Una particolare attenzione va data ai più meritevoli, con specifiche borse di studio che consentano l’accesso anche nelle università più prestigiose del mondo.

La carenza di laureati in Valle d’Aosta è un nostro punto debole. Dobbiamo superare la visione tradizionale per cui debba esservi una stretta corrispondenza fra titolo di studio e lavoro; ma dobbiamo anche favorire percorsi e formazione che siano premianti per chi ha studiato.

Industria in Valle d’Aosta?

“Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione nella vita di una fabbrica?”

Adriano Olivetti

Perché mi ostino a parlare di industria in Valle d’Aosta? In politica non lo fa quasi nessuno. Nella società lo fanno in pochi. L’impatto durissimo nel novecento di industrie siderurgiche “totalizzanti” come la Cogne e l’Ilsa Viola ha segnato in profondità il nostro territorio, insieme alle miniere; e non meno duro fu il lavoro nelle fabbriche tessili, e non meno pesante il lavoro delle donne, pagate spesso anche meno degli uomini.

Se quindi l’industria ha concorso in maniera molto significativa allo sviluppo e alla trasformazione della nostra regione, le nuove opportunità di lavoro nell’Amministrazione pubblica, nel turismo o nelle libere professioni ha invogliato molti a lasciare alle spalle la fatica del lavoro in fabbrica.

Ma importanti processi di sviluppo hanno cambiato profondamente il modo di produrre in fabbrica e trasformato radicalmente gli impianti produttivi anche se alcuni di loro hanno mantenuto l’involucro esterno.

E ora sotto la spinta di processi di innovazione, oggi trascinati da Industria 4.0, una vera e propria rivoluzione industriale, che è già in atto anche in alcuni stabilimenti valdostani e che sta avendo un’accelerazione, cambia il panorama e la natura del lavoro industriale. L’automazione, legata alla gestione informatica, integra tutti i processi produttivi e di controllo e governo della produzione, migliorando sensibilmente la produttività ma anche la qualità del lavoro con attenzione all’impatto ambientale e al risparmio e recupero di energia, in particolare da fonte rinnovabile.

Quindi occorre sostenere economicamente questi processi, pena l’invecchiamento precoce delle attuali strutture produttive.

Inoltre l’innovazione cambia il lavoro e richiede nuove figure professionali e tecnici sempre più qualificati e preparati fino al livello universitario.

Dobbiamo correre ai ripari, e attrezzarci, per evitare l’impatto che industria 4.0 provoca sul lavoro, rendendolo più tecnico e più flessibile e riducendone l’intensità, provochi fenomeni di riduzione del numero dei lavoratori o l’impossibilità di reperirli sul mercato del lavoro valdostano.

Va poi riaffermato che si genera comunque un indotto di qualità intorno a fabbriche molto performanti. Meno dipendenti all’interno ma più dipendenti intorno. E noi abbiamo importanti spazi da recuperare alla produzione.

Il sostegno pubblico a questa profonda trasformazione porta con sé anche la necessità di recuperare e di estendere una cultura di responsabilità sociale d’impresa, di cui già parlava Adriano Olivetti: anziché avvalorare il nesso automazione meno posti di lavoro, si ragioni e si progetti nella direzione di generare nuovo sviluppo e più posti di lavoro.

Infine l’importanza del settore industriale è dato proprio dal fatto che la cultura dell’innovazione, indispensabile in fabbrica per reggere la competizione globale, debba estendere la sua influenza ed efficacia a tutti i settori produttivi, aprendo una stagione di maggiore sinergia tra i settori produttivi della Regione e la stessa Amministrazione regionale, che a sua volta deve essere coinvolta in questo processo di dinamica innovazione.

La riflessione sulla natura e sulla forma del partito democratico

“Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria non è vita. […] Non c’è (nella città futura) nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci

Ora, nel tempo della Repubblica democratica e dell’Autonomia, finita la guerra fratricida dell’uomo contro l’uomo, e del fratello contro il fratello, non è il tempo dell’odio. Mai avrebbe dovuto esserci, mai deve tornare a contaminarci. Ma proprio nelle democrazie la libertà ci chiama alla responsabilità di prendere posizione sulle scelte da compiere, di essere partigiani di una causa, di essere uomini e donne di parte, di partito; lottando apertamente per le nostre idee ma sempre nel rispetto di quelle dell’altro.

I partiti, i movimenti, le associazioni, i gruppi sono un bene della democrazia. Gli individui sono liberi di agire anche da soli, di promuovere le loro idee autonomamente, ma sempre qualche gruppo dovrà arricchirsi di esse, farne sintesi, o mediazione, o compromesso perché il beneficio ricada su tutti, sulla collettività.

Dunque, un partito contribuisce alla vita politica e democratica. La sua forma e organizzazione interna sono rilevanti oltre ai suoi valori e ai contenuti delle sue proposte/azioni.

Una premessa che giustifica quanto scritto prima rispetto ai contenuti.

Il nostro Congresso si deve occupare dei valdostani, delle famiglie, del lavoro, dei servizi. Per essere credibili però dobbiamo riorganizzarci anche pragmaticamente, perché le buone idee camminano sulle gambe, hanno bisogno di uomini, donne giovani, che le elaborino, le sostengano e le facciano conoscere.

Noi continuiamo a pensare che anche in Valle d’Aosta la politica non possa incentrarsi su singoli individui, che la forma partito per quanto sia da innovare e ripensare rispetto alle modalità con cui ha operato in particolare dal dopoguerra ad oggi, resti essenziale alla stessa qualità della vita democratica.

Singoli individui per quanto validi non bastano a fare una politica che sia veramente democratica, serve un pensiero che sia frutto del dialogo fra tanti, e che produca una squadra. Una squadra che operi su tutto il territorio regionale, in cui ciascuno abbia un compito preciso da svolgere e le responsabilità siano equamente distribuite, fermo restando che la Direzione e l’Assemblea del Partito restano gli organismi preposti a indicare la strada da seguire.

Il partito deve ascoltare la voce del territorio e tradurla in azione politica. Per questo deve essere più presente sul territorio. Vivere il territorio. Abitare tra la gente. Nei momenti di lavoro e in quelli di festa. Il partito non è un’Accademia di eruditi ma un luogo di incontro che cerca l’incontro con tutte le componenti di una società (anche con gli eruditi dell’Accademia). Un partito non è una rete virtuale: questa è indispensabile, se il partito è fatto di donne e uomini che hanno relazioni dirette e coinvolgono la società tutta in modo diretto.

La base aggregativa non necessariamente deve avere carattere territoriale. Occorre promuovere anche altre modalità aggregative, ad esempio professionali o legate a luoghi di lavoro o della cultura o del tempo libero. Dove vivono i cittadini, lì è la politica.

Se il partito come luogo di elaborazione del pensiero politico resta essenziale per la vita democratica, è altresì necessario che esso sia aperto e anche plurale. Aperto al confronto interno ma anche esterno, con chi non milita e anche con chi non la pensa come noi. Il Bene comune se non vuol essere uno slogan, deve tener conto delle esigenze di tutti, anche gli altri da noi; infatti, è una parola incomprensibile nei programmi di minoranze estremiste. Plurale, perché le sintesi per poi arrivare a delle decisioni, anche quando sono frutto di ampi compromessi, non devono escludere e isolare le minoranze o i singoli che hanno idee differenti. Le diverse sensibilità sono ricchezza e valore aggiunto.

E’ fondamentale utilizzare tutti gli strumenti e le opportunità offerti dai nuovi sistemi di comunicazione; ma nulla può sostituire il rapporto umano diretto, per quanto possa essere impegnativo e faticoso, tutto il gruppo dirigente deve impegnarsi a essere più vicino ai Circoli e ai cittadini tutti. La politica che si chiude nel Palazzo, nelle sedi, nelle segrete stanze, davanti ai caminetti, è destinata a fallire nel suo compito fondamentale, fare partecipi delle scelte i cittadini attivi, quelli che hanno a cuore la democrazia e non vogliono essere subire decisioni calate dall’alto.

Il nostro partito si candida a governare perché ha le idee! Si candida a governare perché ha gli uomini per farlo. Naturale quindi che la candidatura a Segretario del partito non può essere finalizzata solo a gestire il partito ma a governare la Regione.

Per non essere le “stampelle” o i “portaboraccia” di chicchessia, bisogna però essere all’altezza dei ruoli che si intendono occupare. La formazione di una classe dirigente resta un processo fondamentale. Non ci si improvvisa amministratori e non si può fare esperienza sulla pelle dei cittadini. Per questo i giovani devono avere l’opportunità di studiare, lavorare, operare in contesti di équipe e poi aspirare alle cariche pubbliche. Promuovere i giovani è fondamentale ma non attraverso le scorciatoie delle selezioni via web.

Non dobbiamo aspettare che il partito nazionale cali dall’alto la formazione. Siamo noi a doverla promuovere. Investire sui Giovani democratici è una priorità.

Le alleanze politiche

Se avessimo un sistema elettorale maggioritario puro, potremmo anche escludere questo paragrafo dalla discussione. Un Partito che vince le elezioni, anche solo con una manciata di voti in più, ottiene una maggioranza di seggi e governa: non ci si pone neppure il problema delle alleanze. Non funziona così quasi da nessuna parte al mondo. E’ riuscito a Macron. Ma già Trump, sebbene sia stato eletto direttamente dai cittadini, ha i suoi bei problemi con il Congresso. Figuriamoci con un sistema elettorale ancora con base proporzionale dove è pressoché inevitabile costruire alleanze per governare o per arrivare al premio di maggioranza che consente di avere i numeri per costruire un Governo o una Giunta in Valle d’Aosta.

Molti cittadini non ne sono pienamente consapevoli e molti politici furbescamente gli raccontano che se vincono le elezioni non faranno alleanze con nessun partito o movimento. Sembrerebbe ovvio che se vinci da solo, non ti allei con altri: e pure non è così! In Valle d’Aosta se un partito prende il 41% dei consensi (Macron ha avuto il 24%) vince quasi certamente le elezioni e diventa il primo partito ma non ha i seggi per fare la maggioranza e governare. Con le dovute differenze succede la stessa cosa in Germania, dove la Merkel per governare ha sempre dovuto e deve fare alleanze.

Quindi anche se io sogno, e non solo sogno, ma sono certo che  aumenterà il consenso del Partito democratico – Parti démocrate della Valle d’Aosta, ho la responsabilità di dire che da soli non potremo governare. Mentirei se lo scrivessi e non voglio seguire su questa strada altri esponenti politici.

Qualcuno potrebbe dire che in quel caso il partito più votato se ne sta all’opposizione del groviglio di altre forze che si alleano. È quello che accadrebbe di certo. Ma si spegnerebbe anche tutto il progetto di cambiare in meglio la Valle d’Aosta. Nei paesi democratici anche chi fa opposizione cerca di far vincere le sue idee per cambiare il mondo, altrimenti è sterile. Riuscire ad evitare qualche scelta sbagliata è importantissimo, ma non ha nulla a che vedere con il progetto di realizzare le aspettative degli elettori.

Dunque proprio partendo dal programma si può immaginare di individuare con chi si può, sia pur con qualche valore diverso (non certo con chi immagina dittature illiberali o totalitarie, ma con cui vi sono punti di contatto), trovare mediazioni, compromessi e possibilità di realizzare i nostri obiettivi. Quelli degli elettori del PD.

Noi pensiamo che questo dialogo vada aperto con le forze autonomiste della Regione. Non come un’invenzione o una trovata del momento. Ma sulla base di un lungo dialogo che ha dato frutti positivi, che ha conosciuto fratture, che ha anche aperto lacerazioni, spaccature nel nostro mondo e quindi va affrontato con grande responsabilità, ma che è ininterrotto dal dopoguerra ad oggi.

Abbiamo anche dei punti di partenza consolidati. Il Patto Federativo con il Partito Socialista, ha anticipato le scelte nazionali. Ed è stato fondamentale in tutte le tornate elettorali dal 2010 ad oggi. Con il risultato più positivo nel 2015 nel Comune di Aosta, dove oltre ad eleggere il Sindaco del PD, abbiamo costituito un gruppo comunale PD-PSI, con esponenti di entrambe le forze politiche.

Le alleanze vengono sempre dopo aver dichiarato chi sei, cosa vuoi fare, come lo vuoi fare.

Non si parte dalle alleanze, ma se questo rimane il sistema elettorale, non si può far finta di fare tutto da soli. “Faso tutto mi” diventa ridicolo. Non ci crede nessuno e vanifica la progettualità.

Beninteso è un obiettivo, che non prescinderà mai dai contenuti. Se le condizioni di progettualità vengono meno, si deve ripartire dalla società per costruire altri progetti.

Riforme istituzionali

“Ci sono sconfitte più dignitose di una vittoria.”

Jorge Louis Borges

Abbiamo perso un referendum il 4 dicembre. Allora stiamocene buoni per un po’, verrebbe da dire. Ma un 40% ha votato Sì, chiedendo a gran voce le riforme. E volevano riforme anche molti di coloro che hanno votato No, che ho incontrato in tanti confronti pubblici, che in Valle d’Aosta sono sempre stati corretti, civili e infine utili a elettori che vogliano ritrovare fiducia nella politica che sa ragionare e confrontarsi.

Le riforme, al di là delle diverse sensibilità, sono utili e direi indispensabili.

Quindi il tema resta sul tavolo della politica seria. E interessa i cittadini che vogliono una Regione migliore.

La legge elettorale regionale è imperfetta. Servono riforme delle Istituzioni regionali; ma sarebbe assurdo affrontare questo tema con un elettorato che ha perso molta fiducia nel ceto politico, che diffida delle classi dirigenti. Solo chi saprà di mostrare di ben governare potrà trovare la giusta attenzione su legge elettorale e riforme istituzionali, avrà la credibilità per motivare i cittadini ad esprimersi e non veder calare dall’alto una legge incomprensibile, creando false aspettative.

La nostra Autonomia non può essere difesa solo guardandoci alle spalle. La memoria del passato è fondamentale; la conoscenza dei valori, dell’impegno e di quanto compiuto dai Padri fondatori dell’Autonomia è un bene prezioso. Ma occorre anche sul piano istituzionale uno sguardo al futuro.

Non possiamo essere schiacciati dalle dinamiche del dibattito nazionale, che spesso è fuorviante e nulla può cogliere della specificità del nostro territorio. Sono errori di cui noi del PD, abbiamo la nostra parte di responsabilità e sulle riforme non siamo alla ricerca di capri espiatori ma di altre forze politiche che vogliano aprire una riflessione non elettoralistica sul tema. Forze, in questo caso, di qualsiasi orientamento (purché non antidemocratico totalitario), perché le riforme istituzionali servono a tutti e sono per tutti al di là degli schieramenti politici.

Nel nostro DNA politico c’è uno spirito riformatore positivo che non può essere frenato o accantonato. Senza riforme regna uno status quo che è il peggior nemico della dinamicità dello sviluppo.

A noi pare che l’indirizzo debba essere soprattutto quello di riequilibrare il rapporto fra il decisore politico, Consiglio regionale in primis, Giunta regionale, Amministrazioni Comunali e l’apparato burocratico. Occorre che le scelte politiche siano tradotte in azioni in tempi ragionevoli. Quindi, va rafforzato il collegamento e la collaborazione fra il livello politico e quello burocratico.

La partecipazione dei cittadini alla vita politica deve essere favorita ma non in modo strumentale e demagogico, usando i contenuti come clave ideologiche per colpire gli avversari, anziché consentire al cittadino di esprime la “sua” volontà.

Un nuovo welfare

“Ogni uomo deve decidere se camminerà nella luce dell’altruismo creativo o nel buio dell’egoismo distruttivo. Questa è la decisione. La più insistente ed urgente domanda della vita: Che cosa fate voi per gli altri?”

Martin Luther King

I nostri padri hanno ottenuto l’Autonomia della Valle d’Aosta, a noi il compito di fare in modo che renda autonomi i valdostani e non prigionieri di un sistema.

Più aiuti alle famiglie in termini di servizi e anche di aiuti economici diretti. In particolare a quelle con figli, con persone disabili ad anziani non autosufficienti a carico. In modo tale da permettere una vita famigliare dignitosa.

Abbiamo esordito “Contro la povertà” e il welfare è il cuore di questo impegno. E deve andare oltre. Il Welfare discende da un’idea di società, più giusta, più equa. Riguarda ognuno di noi. Ricco o povero. L’accessibilità ai servizi deve essere di tutti e per tutti. Non solo quando si cade, dopo un fallimento aziendale o coniuguale o di convivenza, dopo un licenziamento o nell’impossibilità di trovare un lavoro. Il welfare serve a tutti ogni giorno per dare una risposta all’organizzazione famigliare, proprio mentre il proprio negozio o l’azienda funziona al massimo, proprio mentre facciamo lo straordinario al lavoro, o di lavori ne dobbiamo avere due o tre per sbarcare il lunario, quando il lavoro è stagionale e siamo in cima a una montagna, in un Hotel a cinque stelle, in un impianto da sci, in una stalla di alpeggio. Abbiamo bisogno tutti di un welfare a misura della nostra comunità. Riguarda tutti: i bambini e gli anziani, ma anche gli adulti, donne e uomini.

Partendo dal prendersi cura dalle persone più fragili, dalle persone con disabilità, dagli anziani non autosufficienti o soli, occorre però un “nuovo welfare” che abbracci tutti e di cui tutti siano consapevoli. L’azione di sostegno alla non autosufficienza ha bisogno di una maggiore attenzione a come viene applicata, sostenendo il singolo anziano o la sua famiglia a mantenere la possibilità della qualità di vita nella propria abitazione. Le esigenze sono diverse e aumentano in modo significativo con l’invecchiamento della popolazione. L’allungarsi della vita pone nella nuova condizione che i figli siano anch’essi anziani al pari dei loro genitori, e quindi anche l’autosufficienza famigliare incontri difficoltà notevoli, quando una persona di 80 anni deve continuare a prendersi cura di un centenario (ma anche per chi ha 60 anni e si avvicina alla pensione, la somma del carico di lavoro più cure ai famigliari diventa talvolta insostenibile: non è facile per tutti seguire i propri genitori ottuagenari).

Per questo c’è bisogno di un nuovo welfare più articolato, più flessibile ed esteso.

E la stessa cosa vale anche per i giovani con disabilità che escono dall’esperienza scolastica, occorre costruire per loro percorsi di inserimento nei processi lavorativi e sociali. Bisogna anticipare progettualmente l’uscita da scuola delle persone con disabilità per evitare che la famiglia si trovi di colpo da sola. Serve una pluralità di offerte e di professionalità; che garantiscano anche in questo caso la flessibilità dei servizi.

Il pubblico deve avere l’onere di coordinare tutte le attività, di condurne anche in prima persona ma non può prescindere dalla creatività, dalla collaborazione, dalla vitalità delle molteplici iniziative della cooperazione, del privato sociale, del volontariato. Occorre un sistema integrato, pubblico e privato con un potenziamento del rapporto con il terzo settore.

Al fine di dare sostenibilità economica a un tale sistema è necessaria una maggiore graduazione e progressività negli aiuti, anche economici, valutando globalmente tutte le tipologie di sostegno, favorendo gli interventi di socializzazione del welfare, a partire dal nucleo famigliare, con attenzione alle famiglie numerose, con a carico figli e anziani.

Va recuperata la nostra capacità regionale di sperimentare forme di welfare di avanguardia, promuovere modi nuovi di vivere la propria età matura, senza dover migrare in altri paesi; o anche avanzando ipotesi concrete per il sostegno ai non autosufficienti che si ritrovano soli, attraverso un “dopo di noi” valdostano.

Il terzo settore valdostano

“La solidarietà è l’unico investimento che non fallisce mai.”

Henry David Thoreau

Il terzo settore merita un capitolo a sé, non due righe dentro al sistema di welfare regionale.

E’ un potenziale enorme della nostra comunità, che in termini percentuali ci vede sicuramente tra le regioni più virtuose al mondo, per numero di associazioni e per numero di volontari. Valorizziamo, dunque, queste risorse, perché possano esprimere appieno le loro potenzialità dando ricadute ancora più riconoscibili alla nostra comunità.

L’amplissima rete di servizi e solidarietà senza scopo di lucro nei campi dell’assistenza sociale, sanitaria, e dell’istruzione non confligge con i servizi pubblici o privati ma integra e completa l’offerta ed anche colma i tanti vuoti e le lacune e si spinge dove i costi della spesa pubblica e del mercato bloccano ogni iniziativa.

Queste straordinarie risorse umane, questo bene collettivo, devono essere valorizzati, approfondendo in chiave regionale, nella sua fase applicativa la riforma nazionale, di concerto con il CSV e il ricco e variegato mondo associativo valdostano, arricchendola tenendo conto delle nostre esigenze e delle nostre peculiarità. Siamo consapevoli che ai piccoli numeri, grandi e importantissimi in termini percentuali, del Terzo settore e del volontariato valdostano, occorre calare le norme nazionali con l’attenzione che esse meritano.

E  dando spazio e ascolto alle componenti propositive e creative del nostro tessuto di volontariato che ha da sempre una vitalità e una capacità sua propria di auto generarsi.

Salute e Sanità pubblica: presidio unico ospedaliero e presenza capillare sul territorio

“La salute non è tutto; ma senza salute tutto è niente.”

Arthur Schopenhauer

La Salute comincia dalla prevenzione. Molto bisogna investire non solo in termini economici ma anche come energie umane per implementare la prevenzione primaria. Serve una collaborazione fattiva con famiglie, scuola, mondo dello sport. Cittadini che hanno stili di vita equilibrati sono mediamente più sani e meno esposti a patologie e a cure costose; e vivono meglio.

Prevenire a livello secondario, in parallelo, attraverso adeguati sistemi di controllo per le patologie più delicate, sulle fasce più a rischio della società.

La prevenzione dal punto di vista sanitario non deve rappresentare un costo ma un investimento o una spesa che razionalizza i costi del futuro. E soprattutto garantisce una vita migliore ai cittadini.

Per percepire la dimensione della prevenzione come investimento, serve una politica dallo sguardo lungo che programmi e determini i finanziamenti in stretta connessione con chi elabora, attua e verifica i piani sanitari.

Il partecipato confronto democratico del referendum sull’ospedale e l’eccezionalità della scoperta di un “guerriero” celtico nel sito in cui doveva sorgere un “definitivo” ampliamento dell’Ospedale Parini, hanno dilatato oltre misura i tempi per la realizzazione di un presidio unico ospedaliero.

Su questo punto non possono esservi arretramenti. C’è bisogno di un “nuovo” ospedale per acuti che permetta di mettere al centro la persona e le sue necessità, garantendo intensità di cure in una prospettiva multi professionale.

L’accelerazione dei lavori va comunque correlata ai crescenti costi che comporta la qualità delle prestazioni sanitarie.

Il Presidio unico ospedaliero di Viale Ginevra, nel rispondere anche a un’esigenza di razionalizzare la spesa sanitaria, evitando i costi aggiuntivi derivanti da più strutture separate, ha innanzitutto l’obiettivo di garantire ancora una qualità maggiore nelle cure ai cittadini.

La richiesta però di cure sempre più specialistiche e con tecnologie scientifiche sempre più complesse, in contatto diretto con i centri di ricerca e le università, ci impone di costruire una rete di collaborazione sanitaria con aree metropolitane o di eccellenza della sanità, favorire scambi, mobilità e crescita professionale.

E allo stesso tempo è strettamente correlato a una struttura per acuti, la necessità di creare una rete territoriale che risponda al bisogno continuo di cure. E’ importante favorire il rientro a casa dei pazienti con un adeguato supporto agli stessi, e alle famiglie, di cure infermieristiche e di supporti sociali.

Senza una sanità più vicina ai cittadini, anche attraverso l’uso di nuove tecnologie, gli enormi investimenti nella struttura ospedaliera non saranno sufficienti.

Le professioni

“Bisogna essere entusiasti del proprio mestiere per eccellervi.”

Denis Diderot

Il dinamismo di una società è dato dalla partecipazione allo sviluppo di tutte le sue componenti. Il mondo delle professioni, per quanto variegato e articolato al suo interno merita grande attenzione. La professionalità in tutti i settori è un requisito dello sviluppo. Se già di per sé la macchina burocratica regionale presenta dei limiti e delle opportunità (di cui parlo in un paragrafo specifico); ancor di più il processo di riorganizzazione, riqualificazione, formazione permanente, non prescinde dallo sviluppo complessivo di tutta la rete professionale; e non esclude una collaborazione e una forte integrazione di sistema.

Vanno quindi sostenuti tutti i processi di formazione permanente, riqualificazione delle professioni, anche con un costante confronto e collaborazione con gli Ordini e le associazioni rappresentative.

E’ fondamentale anche il ruolo delle professioni nel concorrere alla costruzione di una società tutta che premi la meritocrazia.

Un’edilizia sostenibile?

“Se rispetto dell’ambiente significa mettersi le ciabatte per camminare su un prato allora non mi interessa. […] E’ giusto, invece, parlare di sostenibilità dell’architettura, che è tutt’altra cosa: significa capire la natura, rispettare fauna e flora. Collocare correttamente edifici e impianti, sfruttare la luce e il vento”.

Renzo Piano

Il peso del settore delle costruzioni nella creazione del Pil e della ricchezza regionale è sempre stato proporzionalmente più elevato che nella media nazionale. Non si tratta solo dell’incidenza di grandi opere; ma della somma di piccoli interventi capillari a livello di singolo Comune e grandi opere pubbliche e anche di una vivace iniziativa privata.

Ne è derivato un consumo di suolo molto accentuato, specie in un territorio di montagna esposto a molti vincoli derivanti da pericoli naturali, come frane, zone alluvionali, valanghe, e zone strategiche ai fini delle vie di trasporto.

La saturazione delle zone edificabili ai fini di costruire in zone sicure, e anche al fine di preservare molte zone a vocazione agricola oggi fondamentali per il paesaggio e le ricadute turistiche, e anche per mantenere alcune aree nell’asse centrale di fondovalle che possono ancora offrire opportunità di innovativi impianti industriali, impone un forte ripensamento della dinamica delle costruzioni.

Ma a differenza di chi pensa di fermare il tempo, noi ravvediamo la necessità di un forte impulso per una nuova edilizia. Occorre costruire, ristrutturare, ma soprattutto ricostruire da zero moltissime case e condomini, che non hanno alcun pregio storico e che sono energivori e sempre più costosi con il succedersi del tempo; edifici che sono freddi in inverno e diventano fornaci in estate, compromettendo anche la salute dei cittadini.

Abbiamo davanti più di un decennio di lavori da fare. Inoltre la normativa in essere, a seguito delle nostre delibere che hanno sommato alla detrazione statale del 65% anche la possibilità di stipulare un mutuo al tasso dell’1%, rendono possibile, a una fascia molto ampia della popolazione, questo tipo di intervento.

Inoltre questo già vastissimo campo potrebbe aumentare le sue potenzialità alla luce di rendere anche sicuri, secondo la nuova normativa antisismica, in primis gli edifici pubblici a partire dalle scuole. E sempre per evitare che si produca sulle Alpi un caso Amatrice, occorre studiare con la Sovraintendenza ai beni culturali un piano di intervento nei centri storici dei nostri comuni per evitare che la tutela architettonica, sia poi la principale causa della perdita di questi beni in caso di terremoto.

Per salvare l’esistente bisogna metterlo in sicurezza e coinvolgere i privati nell’investimento della messa in sicurezza e valorizzazione dei propri beni, garantendo la qualità del vivere contemporaneo, senza spese faraoniche per le abitazioni dei nostri borghi.

Enti locali perno della comunità

La presenza capillare su un territorio di montagna, bellissimo ma anche aspro e duro per la vita dell’uomo durante tutto l’anno, è sempre stata garantita dalla presenza dei nostri piccoli Comuni che hanno tenuto unite e aggregate socialmente e culturalmente le famiglie.

I piccoli Comuni hanno permesso un presidio del territorio e una qualità alta della nostra democrazia regionale, avvicinando il cittadino ai decisori politici. Nella dialettica democratica, che contempla anche opinioni divergenti, si sono potute avvicinare molte scelte strategiche alle esigenze e al sentire delle piccole comunità. Il Sindaco, gli amministratori, non sono una realtà sfuggente. Li trovi sotto casa. Puoi chiedere, criticare, consigliare in modo diretto, a livello individuale o organizzato. E’ agevole poter seguire (non sempre lo facciamo) i lavori del Consiglio comunale.

Ne sono derivati servizi a misura delle comunità di montagna, con un’attenzione non facilmente riscontrabile nei centri maggiori, dove inevitabilmente le decisioni investono un numero ben maggiore di cittadini.

Per valorizzare questa nostra peculiarità, abbiamo consapevolmente scelto di non calare dall’alto, a tavolino, nuovi assetti istituzionali che aggregassero i Comuni.

Ma abbiamo anche sottolineato e promosso, attraverso le nuove Unités des Communes, l’esigenza di una maggiore collaborazione e sinergia. Non è solo un problema di minori risorse, è una questione di solidarietà e di necessità che, lavorando insieme, porta molte azioni ad essere più vantaggiose, molti servizi a migliorare sensibilmente. Si tratta di imparare anche nuovi modi di lavorare dal punto di vista amministrativo, nulla è facile e scontato; ma la prospettiva è quella di essere tutti più forti nell’affrontare, innanzitutto, le tante attività che richiedono grandi sforzi, quasi insuperabili se affrontati da soli, e in secondo luogo, speriamo molto raramente, le difficoltà che possono incombere su un singolo Comune.

La Regione deve rafforzare la collaborazione con gli Enti locali, valorizzando il CPEL, e implementando anche sul piano delle procedure legislative, forme di coinvolgimento ancora più diretto.

Ne discenderà che anche il rapporto finanziario sarà più equilibrato fra i Comuni, dove vanno premiati quelli virtuosi negli investimenti, e fra i Comuni e la Regione, al fine di una più equa ricaduta degli investimenti globali sul territorio.

La Solidarietà è una componente della nostra Autonomia

Non possiamo pensare che la nostra capacità di autogoverno sia finalizzata solo al nostro bene comune. Non possiamo immaginare di vivere in un paradiso terrestre e ignorare le guerre, le torture, la fame, la povertà, le calamità naturali che si abbattono su popoli lontani da noi, le ingiustizie, tutti coloro che si vedono negato un diritto universale.

Per noi essere valdostani vuol dire essere aperti al mondo con la nostra identità.

Da sempre le Istituzioni regionali hanno risposto positivamente alle numerose sollecitazioni che arrivano da ogni parte del mondo.

Da sempre un numero crescente di Associazioni consente anche ai singoli cittadini un ruolo attivo per promuovere la solidarietà.

Non siamo mai stati indifferenti e non lo saremo.

Né alimenteremo l’odio tra i poveri per raccogliere il consenso elettorale della disperazione. Noi vogliamo battere la povertà, dissolvere la disperazione.

Faremo la nostra parte sempre. Se non direttamente sostenendo il nostro Governo nazionale, le nostre Istituzioni, le Istituzioni europee e internazionali che sono in prima linea nella solidarietà.

Noi possiamo farlo? Ne saremo capaci?

“Il cambiamento non avverrà se aspettiamo che arrivi un’altra persona, o un altro tempo. Noi siamo quelli che stavamo aspettando. Noi siamo il cambiamento che stavamo cercando.”

Barack Obama

E’ una domanda legittima.

Si può rispondere: ci proveremo.

Se vogliamo battere i populismi, che è la nostra sfida principale a livello nazionale e locale, dobbiamo far emergere le capacità riformatrici e la concretezza del nostro agire: unica vera arma contro gli slogan. Ci sono dei fatti oggettivi che permettono di evidenziare se abbiamo coltivato illusioni o se abbiamo esposto obiettivi che siamo in grado si raggiungere.

Se penso a noi del PD, posso ricordare, in modo molto sintetico e sommario, che abbiamo contribuito in modo sostanziale ad anticipare di 2 anni, sia normativamente che nelle delibere attuative, il reddito di inclusione, rispetto allo Stato. E siamo stati anticipatori anche nel parlare della legge sulla ludopatia, mentre abbiamo recuperato gravissimi ritardi con la riforma della formazione professionale. Abbiamo aperto una procedura efficace a sostegno delle ristrutturazioni e riqualificazioni energetiche degli edifici, anche dei condomini. Abbiamo rilanciato la mobilità elettrica. Abbiamo avviato un nuovo modo di gestire con più dinamicità le Pépiniéres d’entreprise. Legiferato e finanziato una legge per attrarre investimenti che abbiano anche ricadute occupazionali. Senza di noi si è fermata la riforma delle politiche attive del lavoro.

Se penso al contributo di idee e di azioni del partito nazionale: a cominciare dal Piano nazionale della banda larga, alla nuova linfa e investimenti nella Cultura, alla ripartenza dell’Agricoltura, passando per vittorie politiche sul piano dei diritti sfuggite per anni ai governi di centrosinistra come le unioni civili, e la legge – importantissimo baluardo di civiltà – sul “dopo di noi”, in favore delle persone con disabilità grave rimaste prive del sostegno famigliare, e la legge sull’autismo, la prima in Italia, e le riforme in campi “difficili” come sul lavoro il Job act che ha fatto ripartire l’occupazione, o nel mondo della scuola, che pur con la necessità di correttivi, ha stabilizzato oltre 100.000 precari, e soprattutto l’avanzata significativa del PIL, della crescita industriale e della fiducia dei consumatori.

Se penso ai valdostani, mi basta salire su Sky way o al Forte di Bard, le sentinelle avanzate della nostra Regione, luoghi già di per sé evento e che offrono ambiente allo stato puro e cultura in tutte le sue sfaccettature, o trovare aperta una piccola scuola di montagna, o andare in una innovativa azienda dell’area ex Ilsa Viola, o camminare tra i filari di una vigna il cui vino attraverserà gli oceani e sarà servito sulle tavoli dei continenti più lontani, o assaggiare la cagliata della Fontina in un alpeggio, o pranzare in un ristorante tipico, o utilizzare il centro benessere di un nostro Hotel o godere delle nostre Terme, per capire che abbiamo un potenziale enorme.

Se #restiamouniti possiamo realizzare i nostri sogni.

E possiamo farlo a partire da oggi. #AVANTItutta! Insieme!

Per le note di rinvia al testo cartaceo

Unire le forze per battere le destre e i 5 stelle

Mi fa molto piacere constatare che l’unico programma per le Primarie del PD della Valle D’Aosta, chiaro ed esplicito sin dal primo giorno, sul tema della necessità di un PD in coalizione per battere le destre e i cinque stelle, sia quello che abbiamo costruito Luca Tonino ed io; e che hanno sostenuto oltre 40 tra amministratori e iscritti del PD regionale.

Capisco l’affanno ora degli altri candidati che hanno ipotizzato corse solitarie o con singoli partiti, senza una riflessione di allargamento della convergenza sui contenuti, dopo la Direzione nazionale e le parole del Segretario Renzi che auspica una coalizione di tutto il centrosinistra.

Lavoro, sanità, scuola: ne parliamo direttamente con i cittadini, contro il naufragio della politica.

Lavoro, sanità, scuola: ne parliamo direttamente con i cittadini, contro il naufragio della politica.
Questa mattina al mercato di Aosta e poi a fine mattinata in un affollato bar di Nus abbiamo incontrato tante persone interessate ad ascoltare le nostre idee sulla situazione politica nazionale e regionale, e sulle primarie del PD della Valle D’Aosta.
In un momento così difficile della politica valdostana, dove ogni occasione è buona per scagliarsi ferocemente contro gli avversari, dove anche in alcuni esponenti del PD valdostano cresce la tentazione degli slogan populisti, ci siamo confrontati con i cittadini sulle questioni vere, sulla loro vita quotidiana, confortati da tante persone che vogliono ancora discutere in modo serio e approfondito di politica.
Sono stati incontri belli, per la sincerità, la spontaneità con cui si sono fatti emergere i problemi, le amarezze e le rabbie; ma l’aspetto più positivo per me è stato ascoltare persone che chiedono e pretendono una politica migliore, più attenta e capace di risposte concrete, urgenti!
In Valle d’Aosta esiste un forte tessuto democratico che non si arrende e non vuole scegliere la via dell’astensionismo: ma chiede chiarezza sul futuro, superamento dello scontro personale, progettualità per il cambiamento, competenze e capacità operativa concreta.
Il Congresso del Pd e le elezioni primarie del 19 novembre possono dare un contributo positivo su questa strada.


Industria 4.0 e Valle d’Aosta?

Un ottimo Convegno organizzato dall’Ordine dei Commercialisti spiega che Industria 4.0 non solo è possibile in Valle d’Aosta, ma è una grande opportunità!

Il punto di vista fiscale delle agevolazioni sull’ammortamento chiarisce quanto sia importante utilizzare questa forma di finanziamento indiretto ma molto consistente.
Due i tipi di ammortamento agevolato: l’iperammortamento e il superammortamento. L’iperammortamento riguarda beni materiali su cui la quota di ammortamento sale al 150%, riducendo la base imponibile. Ad esempio una mega stampante da 500.000 euro porta in 10 anni un risparmio di 180.000 euro: 18 mila euro all’anno. Il superammortamento si riferisce a beni immateriali, software e tecnologie informatiche, e si applica solo nel caso in cui vi sia anche l’iperammortamento di un bene materiale; vale anche per alcune tipologie di aziende agricole. È essenziale che si realizzi l’interconnessione con il sistema informatico aziendale del nuovo bene strumentale e immateriale.
Una questione quindi che riguarda da vicino anche la Valle D’Aosta. La leva fiscale è infatti un’ottima forma di finanziamento per le PMI, che sono la struttura portante del sistema produttivo nazionale e soprattutto regionale, e che oggi incontrano molti problemi a recuperare fonti di finanziamento. 
Una volta tanto queste misure arrivano su spinta dell’Europa, allineando il sistema italiano a quello europeo (la crescita non è frutto di miracoli ma di norme che in Europa sono più favorevoli alle imprese: finalmente su questo punto teniamo il passo e i primi risultati a livello nazionale si vedono con la crescita dell’industria e del PIL nazionale.)
Non è vero che le agevolazioni vanno solo alle grandi imprese.
Il credito di Industria 4.0 è interessante per le PMI perché è a tasso zero!
Riducendo l’impatto degli oneri tributari si ottengono anche parametri che migliorano i bilanci aziendali e rendono l’impresa più forte nei confronti delle banche e della Finanziaria regionale.
Gli investimenti vanno fatti entro il 31.12.2017 con firma del contratto e con una rata di almeno il 20% del totale, il rimanente va pagato entro il 30.09.2018.
Bene che i Commercialisti della Valle D’Aosta si formino su queste agevolazioni perché, come ho spesso ripetuto, è un sistema efficiente in tutte le sue componenti che genera sviluppo. Il piccolo imprenditore da solo non è in grado di conoscere e affrontare queste complesse dinamiche fiscali che però oggi determinano la crescita o la sopravvivenza della sua attività più dei finanziamenti tradizionali.