Legge elettorale: a Roma e ad Aosta strappare il velo di furbizia.

È domenica. Una pausa. Riordino un mucchio di libri. E mi capita fra le mani un libro che non ho ancora finito di leggere. A Theory of Justice di John Rawls [1971]. Il segnalibro, un biglietto del treno, mi riporta a pagina 321 dell’edizione SAGGI Universale Economica Feltrinelli del 2008. Ho ancora da meditare non poco per arrivare al traguardo delle oltre 500 pagine. Un caposaldo del pensiero occidentale. Un punto fermo per qualsiasi riflessione sulle regole della giustizia sociale ma non solo: sul fondamento stesso di una moderna democrazia.

Ma non dovevo parlare di legge elettorale? È una folgorazione! Sulla copertina del libro una bilancia. Il simbolo per eccellenza dell’equilibrio della Giustizia. La bilancia e l’accordo violato dalla spada di Brenno: “Guai ai vinti!”.
E no! Una democrazia deve far convivere, vincitori e vinti. Chi vince deve poter governare e chi perde deve avere la possibilità di controllare l’azione di governo e anche suggerire e pretendere correzioni, quando questa è sbagliata.
Fin qui i principi. Manca il “velo di ignoranza” di cui parla Rawls (ispirandosi a Hobbes, Locke e Kant), ossia che i contraenti un accordo, su un insieme di principi o di regole, una legge elettorale ad esempio, non debbano sapere (o pensare di essere) chi saranno nella società dopo l’accordo. Ricchi o poveri. Occupati o disoccupati. Del PD o del M5S. Iscritti all’Union Valdôtaine o senza tessera. Insomma si ragiona non per sè ma per fare una scelta nell’interesse di tutti.
A Roma e (ad Aosta dove anche l’autonomismo è sempre più una brutta copia della politica romana anche nelle derive comunicative e non fornisce più quei preziosi spunti di elaborazione originale) passano dal maggioritario (che interessa soprattutto i grandi partiti che vogliono governare con numeri solidi) al proporzionale (che interessa soprattutto quelli che rappresentano una porzione piccola di elettorato – o purtroppo i leader caduti in disgrazia – e sono interessati più alla presenza critica che al governo della cosa pubblica), al maggioritario corretto da spazi di rappresentatività, al proporzionale corretto da premi di maggioranza.

Se tu dai una cosa a me, premio di maggioranza, io poi do una cosa a te abbasso il quorum. Il tutto con i sondaggi in mano e con il bilancino (non la bilancia della Giustizia) dei posticini e delle poltroncine in Parlamento.
A questo si aggiunge il tema della scelta non solo dei Partiti e movimenti (oggi in caduta libera e aggrappati ai leader) ma anche e giustamente degli eletti. Il voto di preferenza. Sparito per anni a Roma e ad Aosta usato talvolta impropriamente, attraverso la terna per controllare una parte dei voti.
Come se ne esce. Strappando il velo di furbizia e coprendosi il capo con il “velo di ignoranza”. La legge non deve servire a Renzi, Grillo o Berlusconi per fare ciò che vogliono, e neppure a Salvini, D’Alema, Alfano, Meloni, Fratoianni e Bersani per condizionare in modo non democratico chi ha il dovere/diritto di governare.
Così in Valle D’Aosta dopo il lungo sonno della politica, sostituita da anni di intrighi di Palazzo, la legge elettorale non può rispondere in modo grossolano allo scambio di interessi tra qualche politico locale.
A Roma come ad Aosta il modello tedesco (a cui storicamente la sinistra democratica ha sempre guardato con interesse) può permettere un salto di qualità. Occorre che prevalga il buon senso e vengano isolati i soliti furbetti che pensano di approfittare del cambiamento per farsi la legge “ad personam”.
Concretamente in Valle D’Aosta, ho qualche idea o mi limito alla filosofia?

 1. Non stravolgere la legge attuale (che mantiene una forte impronta autonomista con la non elezione diretta del Presidente): sono gli uomini alle volte che non sono giusti e non le leggi. 

2 L’eliminazione del “pareggio” (avevo già scritto una proposta di legge in tal senso): la coalizione che vince (si può immaginare anche un quorum più basso al primo turno, al 47/48 %) ha il premio di maggioranza fino ai 21 seggi – nella mia proposta sono al massimo 4!. Niente dittature : i partiti scelgano meglio i candidati e i cittadini votino persone affidabili.

3. Una preferenza. Credo sarebbe una sorpresa soprattutto per coloro che l’hanno sempre sbandierata contro gli altri. Anche nei piccoli partiti – anzi soprattutto nei piccoli partiti!- (su questo mi riservo un dibattito anche in futuro).

4. Aumentare la presenza femminile nelle liste. Minimo il 40%. Optimum il 48/50.

5. Mantenimento dello sbarramento sopra il 5%. I partiti/persona o di qualche notabile locale non favoriscono la qualità e la crescita della democrazia! Piccole lobby diventano strumento di ricatto e non di politica per il #benecomune.

6. Cercare una mediazione politica e non uno scambio di interessi.
E buona domenica a tutti!

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