Congresso PD: il federalismo?

Piccoli contributi al Congresso PD. 2. il federalismo
In Valle d’Aosta e nelle altre regioni italiane, non si può sfuggire al dibattito sul federalismo e a come questo tema sia stato affrontato in modo grossolano e sbagliato sul piano nazionale.

Ne voglio parlare perché è un tema debole delle mozioni Congressuali, mentre per le ragioni che dirò, di carattere non solo politico ma anche economico deve diventare un tema forte, proprio ora che la Lega Nord e Salvini si sforzano di inseguire il nazionalpopulismo.
Il paradosso è che il PD, come altra forze democratiche del nostro paese, è fortemente europeista: e quindi inevitabilmente federalista sul piano europeo.

Il primo errore sta nell’idea politica di federalismo come fenomeno che disgrega l’unità nazionale. È esattamente l’opposto: stante le diversità oggettive di territori, Comuni, Regioni, il federalismo è ciò che unisce senza omogeneizzare con la forza e con la norma ciò che non si può omologare. Gli Stati Uniti dimostrano come si possa avere un alto senso dello Stato centrale, incarnato dal Presidente, e essere fieri della propria identità locale: un californiano non è un texano e né l’uno né l’altro è newyorkese, dalle abitudini quotidiane, alla lingua, al modo di pensare. E la Germania che ha condiviso la Storia medioevale con noi italiani questo senso dell’identità locale lo ha ancor più forte. Amburgo ne è un simbolo e all’estremo opposto la grande Baviera: piccoli e grandi insieme. Diversi ma così uniti che neppure la divisione post bellica in due Germanie ha impedito la riunificazione, pur avendo anche nel modo di vivere la fede cristiana sensibilità molto diverse.

Non c’è dunque contraddizione fra unità dello stato e federalismo. Ciò che cambia è la distribuzione dei poteri fra le istituzioni centrali e locali e i rapporti fra le istituzioni. Noi non siamo all’anno zero. Ma abbiamo fatto tanti errori; non ultimo un referendum che non ha avuto esito positivo e ha interrotto un processo riformatore.

Quindi il PD si deve far carico di far ripartire questo dibattito e portarlo verso mete concrete.

Ma l’elemento più forte, su cui insisto da anni, è che il federalismo oltre alla valenza più politica, ossia lo spazio di autogoverno locale e quindi la maggior democrazia che ne deriva, ha una valenza economica che in Italia, nonostante la sua manifestazione chiara, è sottovalutata. Sono i territori che si sviluppano l’area milanese/lombarda, il veneto, l’emilia, la puglia. Sicuramente non alzando barriere fra di loro o con una sterile concorrenza; ma sviluppando sinergie reciproche (cosa che nel piccolo ho tentato di fare con i rapporti Valle d’Aosta e Piemonte, e anche con Lombardia e Liguria).

Non si può parlare di green economy e di sviluppo, senza partire da ambiente e territorio, non si può immaginare sviluppo agricolo e turistico, facendo sistema con lo sviluppo industriale, senza conoscere in profondità le complessità dei territori e pensando di orientare tutti i processi e tutte le dinamiche con politiche pensate nei Ministeri romani. Gli indirizzi strategici nazionali, lo sviluppo delle reti di trasporto e comunicazione debbono essere necessariamente declinati in collaborazione coi territori, che devono promuovere le loro specificità e diversità come valori aggiunti alle politiche nazionali ed europee.

Senza un’idea di federalismo economico, le politiche del Mezzogiorno, continueranno a produrre cattedrali (o piccole catapecchie) nel deserto, e le regioni o i distretti economici del Nord a tirare la volata in solitaria, cercando di non farsi frenare dalla burocrazia nazionale ed europea.

Sul federalismo politico ed economico, per cui mi batto, dai tempi di Veltroni non vedo il cambio di passo.

E la mia adesione convinta alla mozione “Avanti, insieme” non significa solo battere le mani, ma apportare anche qualche contributo critico.

Che vale anche per le altre non meno ricche ed interessanti mozioni (e non potrebbe essere diversamente visto che facciamo parte tutti dello stesso partito).
All’obiezione di qualcuno sull’opportunità del coordinamento nazionale per la promozione turistica, culturale, industriale, agricola, che già il governo Renzi ha ben attuato e prosegue bene, seppur con minor vigore, con il governo Gentiloni, non posso che convenire che anch’io ritengo necessario che il marketing strategico del marchio Italia sia veicolato dall’azione centrale.

Ma il marchio Italia deve contenere la ricchezza plurale dei nostri territori, di lingue, suoni, odori, colori, prodotti, opere, uomini e donne che hanno le loro storie e le loro identità unite da una bandiera tricolore ma non riducibili a un prodotto standardizzato.
Buon Congresso a tutti!

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