Piccoli contributi al Congresso #PD

Non voglio ricostruire con una lunga premessa come siamo arrivati al Congresso. Parto dalla considerazione che i libri migliori iniziano senza una premessa. Io che scrissi circa una ventina di premesse al mio primo romanzo, non finii mai di scriverlo.

Dunque vado dritto alla questione principale: la scissione. O meglio la mancata scissione, direi la fallita scissione, che comunque ha provocato la fuoriuscita di validi dirigenti e di ottimi compagni.

Penso che al primo punto di una riflessione congressuale debba essere il superamento di ipotesi scissioniste presenti e future e anzi la prospettiva dell’allargamento dello spazio politico del Partito democratico.

Credo fermamente nel progetto del PD sin dalla prima straordinaria avventura con Veltroni. In tanti mi hanno ripetuto nel corso degli anni che non avrebbe funzionato. Che ci saremmo divisi tra ex di qualcosa e ex di qualcos’altro. Non uso volutamente più le definizioni di allora perché non esistono più, soprattutto fra i giovani, se non nei vecchi e stereotipati schemi ideologici del passato.

E invece no: il PD è vivo perché un grande popolo di cittadini continua a lavorare per un paese migliore.

Quindi come affrontare un Congresso in funzione antiscissionista e per rilanciare una vocazione di leadership del Pd nel governo del Paese.

Tutte le candidature dovrebbero porsi l’obiettivo (come tentò di fare Veltroni) non di essere leader di una maggioranza del partito orientato verso il centro o verso la sinistra; ma portatori di contenuti trasversali e universali per contrastare i nostri veri avversari: il qualunquismo camaleontico dei cinque stelle e il radicalismo neoconservatore.

Non significa essere moderati: anzi significa riprendere la strada delle riforme con ancora più coraggio, consapevoli di staordinarie vittorie e anche di sconfitte che vanno accettate nella dimensione riformista, che porta a riallacciare un dialogo più forte con la società, correggere insieme gli errori, rafforzare e consolidare le conquiste e ripartire di slancio.

Questa è la sfida che io invito Renzi, Orlando ed Emiliano ad affrontare (e su cui bisogna riflettere in Valle d’Aosta anziché ridursi alla logica del pallottoliere). Non creare correnti finalizzate alla conta interna per sistemare i propri fedelissimi. Ma sfidarsi sui contenuti delle proposte, anche contaminandosi, gli uni con gli altri. 

Verrà misurata dagli iscritti e dagli elettori anche la capacità individuale: ma per me il vero vincente è chi unisce, chi va oltre la sua cerchia, chi dialoga già prima dell’esito con tutti, chi ascolta le ragioni plurali della nostra base (e anche di chi non la pensa come noi) e sa fare sintesi, chi non riproduce steccati che non hanno più senso, chi continua a rompere con il passato per portarci verso un futuro migliore.

(Prossimamente approfondirò alcuni temi che mi sono cari e che il PD non prende in dovuta considerazione, sperando che a forza di parlarne qualche candidato o anche solo qualche elettore si soffermerà sulla questione: il federalismo non solo dal punto di vista politico ma economico; e la montagna non solo come luogo mitico di rifugio per i romanzieri ma luogo abitato da popoli e da culture che non vogliono scomparire ma lottano ogni giorno per vivere).

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